Gocce di memoria: intervista a Bruno Ranieri

Ranieri

© FOTO GENTILMENTE CONCESSE DA BRUNO RANIERI

Bruno Ranieri, classe 1952, tre presenze con gli azzurri nel torneo 1972-73, fu uno dei giovani che Chiappella, nel suo ultimo anno a Napoli, volle in squadra ma che pagò a caro prezzo la successiva scelta di Ferlaino che puntò tutto su Vinicio allenatore.

Luis, come sappiamo, mise sù una squadra che fu un mix perfetto di gente esperta, calciatori che qualche campionato in serie A lo avevano già fatto, si veda Braglia, Esposito, Carmignani, Pogliana, Zurlini, lo stesso Juliano, il canuto Canè, un veterano come Clerici e di giovani come Vavassori, Bruscolotti e Orlandini. Ecco, al posto del mediano fiorentino ci poteva essere lui, Bruno Ranieri, ma il giocatore torrese pagò l’inesperienza dei suoi verdi anni.

Che differenza con il mondo della musica! Mentre Massimo Ranieri spaccava, con la sua voce, il tubo catodico e trionfava, con “Venti anni” (la sua età reale quando uscì il pezzo), il ‘nostro’ Ranieri faceva qualche comparsata nel Napoli con ottimi responsi della critica.

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La carriera

Il giocatore inizia la carriera da professionista nella Reggina in Serie B dove gioca 21 partite in due anni. Nell’estate del 1972 il Napoli lo preleva dalla squadra dello stretto insieme alla meteora Merighi ed in cambio dà loro Umile e Andrea Esposito. L’affare forse non lo fa nessuna delle due società poichè l’anno dopo Merighi torna a Reggio e Umile riprende la strada di Fuorigrotta. Nel ritiro del ‘Ciocco’ Bruno Ranieri ritrova un suo vecchio amico di Torre, Salvatore ‘Ciccio’ Esposito, anche lui un neo acquisto dalla Fiorentina. Si conoscono bene, hanno giocato nella stessa squadra, il Rovigliano, prima di spiccare il volo per il calcio serio. Torre Annunziata non era una metropoli, si conoscevano un pò tutti. Il giro dei giovani e bravi calciatori era quello ma ritrovarsi insieme nel Napoli fu un fatto davvero singolare. “Due torresi nel Napoli”, sembra il titolo di un film.

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Il 19 novembre 1972 è il suo giorno, è la partita delle partite per i napoletani a battezzarlo. Napoli contro Juventus, il ciuccio e la zebra, il calcio al tempo degli sfottò, altro che “Vesuvio lavali col fuoco”, altro che noiosi campionati con nove scudetti consecutivi. Sì, è vero, i bianconeri vinceranno anche quel torneo ma la gara al San Paolo fu di un equilibrio assoluto. E’ la prima gara che Zoff gioca a Napoli da avversario ma per lui ci sarà una standing ovation, i tifosi lo amano ancora. Mai successo.

Tra gli azzurri manca capitan Juliano, Chiappella sposta Esposito al suo posto, gli dà pieni poteri da regista ed in mediana mette lui, il ventenne Ranieri. Nel pre partita, nel ventre dello stadio, lo prende da parte e gli dice “Lo vedi Capello? Ecco, non deve toccare palla oggi”. Il capo in segno di assenso, “Obbedisco” rispose il giovane torrese. Purtroppo il futuro allenatore pluri scudettato riuscì a sfuggire, con la furbizia e la malizia che già aveva, a Ranieri e bucò Carmignani sul finire del primo tempo in una mischia in area.

Nel secondo tempo, tutto di marca napoletana, arrivò il pareggio di Mariani che, con l’ingresso in campo di Canè al posto di Abbondanza, andò a comandare il tridente insieme a Damiani. La prestazione del nuovo mediano fu positiva ma Chiappella non gli diede immediata fiducia. Le cronache dell’epoca riportano un singolare episodio accaduto negli spogliatoi. Ranieri si impossessò del pallone della partita, se lo fece autografare da tutti i compagni e lo portò a casa come ricordo indelebile del suo esordio in massima serie.

Anima, pedina insostituibile, anche centromediano metodista all’occorrenza, continuità di rendimento, un ‘mariuolo’ di palloni, grossa personalità ma anche piedi buoni. Questo e tanto altro ancora è stato Bruno Ranieri. Forse il Napoli doveva aspettarne la maturazione invece di darlo alla Casertana e giudicarlo non adatto alla massima serie. Ma, si sa, la ruota della fortuna gira. E il suo destino era quello di trovare la sua nuova casa nelle Marche, dove fece una splendida carriera a San Benedetto del Tronto. Sette anni che nessuno, da quelle parti, ha ancora dimenticato. Ce lo racconta proprio lui, al telefono. Snocciola aneddoti a go go, uno dietro l’altro, di quelli che ti riconciliano col calcio, di quelli che “cosa ne sai tu degli anni ’70 e ’80”.

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Dopo l’esordio in B con la Reggina il Napoli ti prende per rinforzare il suo centrocampo. E’ l’estate del 1972. Cosa ricordi di quel trasferimento?

Negli anni alla Reggina avevo già fatto diversi tornei in prestito al Napoli, di cui quello vinto ad Alassio. Il mio più grande estimatore era il mister della Primavera, Rosario Rivellino, che mi volle in azzurro a tutti i costi. Il mio trasferimento coronava il sogno di ogni calciatore napoletano, quello di indossare la casacca azzurra, accanto a giocatori come Juliano, Canè, Improta, Panzanato, Zurlini, Damiani ed il mio amico e compaesano Salvatore Esposito. Era come toccare il cielo con un dito.

Giochi tre partite nel Napoli di Chiappella e, tra le varie meteore dell’epoca (vedi Fontana, Umile, Motti, Di Gennaro), sembri quello più accreditato a giocare. Non andò così. Perchè?

Chiappella mi fece esordire come titolare contro la Juventus e poi contro la Sampdoria e nel finale di gara a Cagliari. Giocai dal primo minuto anche la semifinale di Coppa Italia a Milano contro il Milan. In tante altre occasioni il mister mi prometteva di farmi entrare in campo da titolare ma poi ciò puntualmente non avveniva. Dopo la sconfitta a Torino con il Toro andammo in ritiro a Sassuolo per la doppia trasferta a Bologna ed anche in quella settimana ero candidato nell’undici iniziale ma Chiappella non volle rischiare e mi disse che se avessimo perso, la domenica dopo al S. Paolo avrei giocato per marcare Rivera. Ma anche quella volta non fu così, stessa storia.

Tra l’altro anche il presidente Ferlaino si meravigliò che io non giocassi dicendomi che poche ore prima della gara, parlando con Chiappella, aveva detto a quest’ultimo che aveva fiducia in me circa la marcatura di Rivera. Penso che il mister, facendo giocare qualche calciatore più anziano, in caso di una nuova sconfitta non si sarebbe sentito il solo colpevole. Queste promesse mi furono fatte ancora altre volte ma sempre con lo stesso deludente risultato. Credo semplicemente che in quel periodo gli allenatori non avessero il coraggio di far giocare i giovani, anche se bravi.

Il tuo esordio risale al 19 novembre 1972 contro la Juve al San Paolo, finisce 1 a 1. Esposito sostituisce Juliano e tu vai in mediana al suo posto. Che partita fu?

Fu una gara da incorniciare in tutti i sensi. Con la Juve c’era Zoff ed il primo tiro verso la sua porta lo feci proprio io ma lui parò da grande portiere qual era. Fu un’emozione grandissima esordire contro la Juve al S. Paolo, di fronte al pubblico azzurro che aveva gremito gli spalti, un pezzo della mia vita indimenticabile e scolpito nella memoria.

Hai mai pensato che Vinicio, che arrivò l’anno dopo, avrebbe potuto tenerti in maggiore considerazione?

Ero in comproprietà con la Reggina ma la società calabrese mi riscattò. Sì, ero proprio un calciatore con le caratteristiche che voleva Vinicio con tanta corsa, caparbietà e buona visione di gioco ma alla fine il mister brasiliano portò da Brindisi i suoi calciatori più fidati.

Dopo Napoli la tua carriera è contrassegnata dai colori rosso e blu, Casertana, Cosenza e Sambenedettese. Ti sei sentito realizzato con queste squadre (circa 350 presenze)?

Dopo che la Reggina mi riscattò chiesi di vendermi ad una società campana per avvicinarmi a casa. Così fui ceduto alla Casertana e feci tre campionati eccezionali come rendimento che ricordo con piacere. Il regalo più grande, però, che mi ha fatto la città di Caserta è stato farmi conoscere la donna che è al mio fianco da mezzo secolo ormai e che mi ha regalato due splendidi figli. Dopo ho giocato due anni con la Turris, con la Nocerina in serie B, a Cosenza da capitano abbiamo vinto il campionato e poi ancora il rosso blu della Sambenedettese con la promozione in serie B. Qui siamo rimasti per sei tornei in B ed ancora oggi sono ricordato dai tifosi per la mia serietà e per essere stato uno degli artefici dell’ultima promozione in B della Samb. Dal 1980 sono un Sambenedettese di adozione e vivo qui.

Hai giocato anche a Torre del Greco ma non a Torre Annunziata. Possiamo dire “Nemo propheta in patria”?

Sì, ho giocato a Torre del Greco con la Turris facendo due splendidi anni. Avevamo una buona squadra e una calda tifoseria che ancora si ricorda con piacere di me. Purtroppo, io che sono di Torre Annunziata, non ho mai avuto il piacere e l’onore di indossare la nobile casacca bianca del Savoia di cui ero già tifoso da ragazzo, un vero dispiacere.

Come giudichi il calcio di oggi? Cosa ha perso rispetto al più ‘romantico’ passato?

Il calcio di oggi, dove girano molti soldi ed interessi extracalcistici, è l’opposto del calcio dei miei anni dove si giocava per passione e per appartenenza, dove si pensava marginalmente ai guadagni perchè andare in campo era già un premio.

Cosa stai facendo attualmente?

Oggi sono un nonno che si gode i suoi nipotini. Non sono nel mondo del calcio per mia scelta e per avvenimenti che definire da “voltastomaco” è poco. Mi è venuta meno anche la voglia di andare allo stadio, preferisco assistere alle gare dei bambini che, per fortuna, non sanno ancora quello che è il calcio di oggi, loro che si divertono ancora a rincorrere un pallone.

Qual è il Napoli più forte che hai visto giocare? Quello degli scudetti?

Da ragazzo ho assistito ad un Napoli-Inter, credo fosse il 1967, ed ho il ricordo di un grande Sivori, un giocatore che da solo dava spettacolo in una formazione che, anche se non vinceva scudetti, era davvero forte. Ovviamente il Napoli degli scudetti di Maradona è indimenticabile.

Un immancabile giudizio sul Napoli attuale. Secondo te è pronto per quella cosa lì?

La formazione di Spalletti ha tutte le carte in regola per arrivare al traguardo dello scudetto ma il campionato è lungo e la rosa non ha alternative valide in alcuni ruoli dei titolari. Tutti noi ci auguriamo che il sogno possa avverarsi.

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