5 grandi errori di Djokovic e 1 pessima figura del tribunale di Melbourne

In questo editoriale Fabio Monti ci illustra quelli che sono stati i 5 grandi errori commessi da Djokovic nella ormai tanto discussa faccenda Australian Open si/no, e quella che è stata una pessima figura del tribunale di Melbourne.

djokovic tennis
Articolo di Fabio Monti16/01/2022

Alle 7.45 italiane di domenica 16 gennaio 2022, i giudici James Allsop, Anthony Besanko e David O’Callaghan hanno respinto il ricorso di Novak Djokovic contro la seconda cancellazione del visto. Dunque il numero uno al mondo non potrà partecipare agli Australian Open. È evidente che in questa storia ci sono soltanto sconfitti e che semmai, l’unico vincitore è la pandemia, che continua a sconvolgere il pianeta, tra una variante e l’altra. O forse l’italiano Salvatore Caruso, 29 anni, di Avola (Siracusa), n. 150 al mondo, che, in qualità di «perdente fortunato» (era stato escluso dal torneo, avendo perso nelle qualificazioni), giocherà al posto di Nole.

Primo errore, forse il più grave: Djokovic non è andato a Melbourne per iniziativa personale, ma su invito scritto e firmato dai vertici della Federtennis australiana, che organizza il torneo: tutti conoscevano benissimo la posizione e le idee del campione serbo sulla questione vaccini, ma evidentemente gli era stata garantita una specie di «immunità sanitaria», quasi che la Federtennis aussie si sentisse al di sopra delle leggi nazionali.

Secondo errore: il governo australiano non ha ritenuto che i due contagi da COVID 19 esentassero Djokovic dal sottoporsi al vaccino e lo ha privato della libertà personale mettendolo addirittura in isolamento, in una struttura dove vengono tenuti i migranti di Papua e Isole Fiji, in attesa di essere regolarizzati.

Terzo punto: un magistrato di Melbourne, forse spinto dalla voglia di protagonismo, ha dato ragione a Djokovic, consentendogli di tornare ad allenarsi e riammettendolo di fatto al torneo.

Quarto errore: il ministro della salute del governo australiano, arrogandosi il potere di calpestare la sentenza di un giudice e dunque l’indipendenza della magistratura, è tornato all’attacco e ha negato per la seconda volta il visto al tennista, per questioni sanitarie, visto che la presenza del serbo avrebbe potuto rappresentare «un rischio per la salute e per l’ordine pubblico ed essere controproducente per gli sforzi di vaccinazione delle autorità australiane».

Quinto errore, gigantesco: Djokovic ha fatto di tutto per non essere perdonato, raccontando una valanga di bugie, giocando sulle date, sulle interviste e sui premi in giro per l’Europa, sul contagio, sui viaggi fatti e negati. Un atteggiamento da «io sono io», comunque inaccettabile. Il tutto con il contributo del suo staff, che si è mosso in modo più che maldestro. Dal numero uno al mondo ci si sarebbe aspettato un comportamento molto più professionale.

Ma c’è anche un ultimo errore: i tre giudici hanno atteso l’ultimo minuto per prendere la decisione finale e hanno giocato in difesa, spiegando che il loro compito era soltanto quello di valutare se la decisione del ministro dell’Immigrazione Alex Hawke fosse illegale, irrazionale o legalmente irragionevole. La corte ha ritenuto che il ricorso degli avvocati di Djokovic non evidenziasse uno di questi tre profili. Adesso il serbo rischia ulteriori sanzioni, compreso tre anni di squalifica da parte dell’organizzazione tennistica mondiale, ma sarebbe il caso di fermarsi qui. Di brutte figure se ne sono già viste anche troppe.