La Mura, l’uomo che ha “costruito” il miracolo Abbagnale
La scomparsa di Gian Piero Galeazzi ha riportato alla memoria degli appassionati l'oro dei fratelli Abbagnale, nati sotto la guida di Giuseppe La Mura.

La scomparsa di Gian Piero Daniele Galeazzi (venerdì 12 novembre) ha riportato alla memoria le memorabili telecronache, con le quali aveva spinto al doppio oro olimpico (1984 e 1988) e all’argento di Barcellona (1992) il «due con» dei fratelli Giuseppe (1959) e Carmine (1962) Abbagnale, timoniere Giuseppe Di Capua (1958).
E allora un evento cosi doloroso può diventare l’occasione per ricordare l’uomo che ha reso possibile il miracolo della dinastia Abbagnale, visto che non vanno dimenticati i tre ori olimpici conquistati dal più piccolo della famiglia, Agostino (1966), con il quattro di coppia (1988 e 2000) e il doppio (1996). Il riferimento tutt’altro che casuale è al dottor Giuseppe La Mura, classe 1940, già medico condotto a Pompei, contagiato dalla passione del remo quando frequentava la seconda liceo classico all’istituto Plinio Seniore di Castellammare di Stabia, poi tecnico del Circolo nautico Stabia e costruttore di equipaggi che hanno fatto la storia dello sport italiano.
La sua è un’avventura che parte da lontano, come lui stesso ha raccontato: «Al circolo nautico Stabia mi allenava Arturo Cascone, un grande. Ma mentre remavo chiedevo a me stesso che cosa stesse succedendo dentro il mio fisico. E per avere una risposta soddisfacente mi iscrissi a medicina, alla Federico II di Napoli. Vogavo e studiavo alla ricerca di verità che ignoravo. Gareggiavo e nel 1962 vinsi a Brindisi un titolo italiano nella jole da mare, in coppia con Massimo Abbatangelo.
Dopo la laurea sapevo abbastanza sulla fisiologia umana. Mi dedicai all’allenamento dopo che Cascone era stato chiamato alla FIAT e fra i primi allievi ebbi i fratelli Giuseppe e Carmine Abbagnale, figli di mia sorella Virginia». Traduzione: sette titoli mondiali più due ori e un argento olimpico, frutto di una classe immensa, accompagnata però da allenamenti massacranti, il famoso «metodo bulgaro», con venti chilometri al giorno ai remi, quando in Italia se ne facevano meno della metà. Carico di gloria, il dottor La Mura viene nominato c.t. il 1° gennaio 1993 e in questo ruolo, che mantiene fino al 26 febbraio 2005, dimostra anche la profondità delle sue intuizioni nella costruzione degli equipaggi vincenti come il quattro di coppia a Sydney 2000 (Agostino Abbagnale, Alessio Sartori, Rossano Galtarossa, Simone Raineri), nato dalle ceneri del doppio Sartori-Galtarossa.
Nel dicembre 2012 il Dottore ritorna a guidare il canottaggio italiano fino a fine 2016 e i risultati di questo lavoro si sono visti in questi anni, grazie anche al grande lavoro di Giuseppe Abbagnale, presidente della Federcanottaggio dal 2012. Ma per capire la grandezza, la serietà e il rigore del personaggio vale la pena ricordare quanto avvenuto al Mondiale di Indianapolis a metà settembre 1994: «Dovevo decidere chi impiegare nel quattro senza, avendo a disposizione cinque ottimi elementi. Per due era tutto chiaro, per gli altri due posti i dubbi erano forti. In base al test fatto all’antivigilia della gara, scelsi l’equipaggio composto da Walter Molea, Riccardo Dei Rossi, Raffaello Leonardo e Carlo Mornati.
La barca vinse il titolo, ma la storia non finì lì. Durante la cena finale, al momento del brindisi, mio figlio Carmine Robert mi sussurrò: “Papà, se non ci fosse il canottaggio, non saprei il vero significato della parola dolore …” E io: “Guagliò, se da ragazzo mi avessi chiesto la macchina te l’avrei comprata, ma non me l’hai chiesta; se avessi avuto bisogno di aiuti nello studio, te li avrei dati, ma non ne hai avuto bisogno perché ti sei laureato alla Bocconi. Il posto in barca, invece, non te lo posso regalare: te lo devi guadagnare”». Carmine era il quinto uomo, quello che il padre d.t. aveva lasciato a terra. Una lezione per molti.
