Sognando il ritorno al passato, la finale e Mourinho

Prendete lo champagne e riponetelo in cantina. Eppure stappate, magari acqua liscia (o Porto). A Napoli c’è vita anche senza bollicine.

Napoli, ImperatoreFoto Mosca
Articolo di carloiacono19/01/2024

©️ “NAPOLI” – FOTO MOSCA

Prendete lo champagne e riponetelo in cantina. Eppure stappate, magari acqua liscia (o Porto).
A Napoli c’è vita anche senza bollicine, si pensava fosse impossibile vivere senza. Contro la Fiorentina, dopo anni, gli azzurri ritornano a vincere all’italianissima. Arrivederci al 4-3-3, difesa a 3 in fase di possesso, a 5 quando si arretra. E allora si aspetta l’avversario compatti, poi si ruba e si parte in contropiede. Attenzione e lucidità, intelligenza e cattiveria, precisione e cinismo. A scrivere di questo nuove caratteristiche azzurre, nate nell’emergenza, e nella testa di un allenatore capace finalmente di ribellarsi ai dogmi, viene quasi di piangere, di felicità. La modernissima Fiorentina è travolta 3 a 0 dal calcio d’antan. Il genio Italiano annullato dal pragmatico Mazzarri. Il possesso sbatte il muso – per nulla corto – contro il muro. Evviva il “pallone”, quello vero, quello dove la vittoria conta di più di inseguire una filosofia. Dove la rivoluzione ha la meglio sui tentativi vani di tenere in vita un regime oramai decaduto. Il calcio fatto da allenatori che preparano le partite a seconda del materiale che hanno, invece che plasmarlo/piegarlo a forza per renderlo ciò che vorrebbe la gente.

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Il Napoli conquista la finale di Supercoppa Italiana – che andrà in scena lunedì sera contro una tra Inter e Lazio – ma non solo. Più di una finale, strappa il pass per la libertà. Simeone – in rete da animale d’area di rigore – e il doppio “bernoccolato” Zerbin regalano agli azzurri la possibilità di mettersi alle spalle il passato, le convenzioni, Spalletti e il 4-3–3. Di prendere posizione contro l’imperante calcio di posizione. La posizione di una squadra che ha dominato la Viola senza cercare il dominio, ma sovvertendo quello degli avversari (40% di possesso per gli azzurri, 60% per i gigliati). Una squadra che ha giocato sugli avversari, andando ad aggredire alta le fonti di gioco – Arthur e Bonaventura – per distruggere e non creare, bensì speculare. Il manifesto è stato Robotka, da regista a macchinista, dal fioretto alla lama. Il centrale slovacco ha giocato un match sontuoso, faro della squadra non per illuminare ma per fare buio sugli altri. Sempre in anticipo, a rubare palla, hombre vertical la serviva agli offendenti. A suo agio finalmente JJ, diligente il Capitano sgravo dai troppi chilometri da macinare, impreciso ma presente Cajuste, arzillo Politano, chissà se per i petrodollari o per permanenza, centravanti vero Simeone. Ombre ancora su Kvara, latitante, e Mazzocchi, passato dalla troppa foga di Torino agli 0 bpm. Pasqualino sembra avere gli occhi addosso, prima il rosso, poi l’infortunio sul finale di partita che ha permesso l’ingresso di Zerbin, spacca pali e partite. Alessio ha siglato il 2-0 sugli sviluppi di un calcio d’angolo, in allungo, colpendo con la nuca il legno e spaventandoci, poi l’ha chiusa in contropiede con un destro fulmineo rasa erba. Ha vinto l’MVP, partirà per Frosinone a breve, meritava questa gioia in azzurro, è questo non quello che abbiamo visto (poco).
E chissà cosa vedremo in futuro, di certo una finale, scommettiamo con l’Inter come compagnia. Poi dei nuovi giocatori: Ngonge, Traorè, Barak, Solet, Popovic. E ancora, sul solco di quanto tracciato ieri, un calcio che potremmo definire tale, magari insegnato da un allenatore che puoi chiamare maestro, senza bestemmiare, anzi Special One, l’imperatore di Setúbal.

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