La mano di Rapuano fa l’Inter campione, ma il Napoli ha qualcosa da dire

Trionfa l’Inter ma non è l’affermazione di quel “vinca il migliore” che ci ripetiamo spesso. “Vinca chi vogliano”, sarebbe il caso.

MazzarriFOTO MOSCA
Articolo di carloiacono23/01/2024

©️ “MAZZARRI” – FOTO MOSCA

Il mattino post Supercoppa ha l’amaro in bocca. Prima del fischio dell’arbitro Rapuano il primo rombo al cuore. Da Cagliari la notizia che Gigi Riva è passato a miglior vita, lui che ha dato tanto alla nostra da appassionati di calcio e di cultori dei valori d’antan. Gigi, come ha detto Spalletti, è stato un supereroe silenzioso, una leggenda diventata mito, una parentesi storica, spaccato degli anni 70 del Paese, unito in Messico con un Europeo, sfidato nelle sue contraddizioni, quel divario Nord-Sud combattuto dall’estremo inferiore e vinto (con rifiuti, stupore, orgoglio ed esempio) a Cagliari (tricolore sardo 1969-70). Gigi, un campione in campo e fuori, lascia un vuoto enorme, in un calcio oramai mercè dei poteri forti, vedi Riyadh. In Arabia il Napoli capitola, trionfa l’Inter ma non è l’affermazione di quel “vinca il migliore” che ci ripetiamo spesso prima dell’aprirsi delle danze. “Vinca chi vogliano”, sarebbe il caso. Lungi dal comporre un “j’accuse”, Rapuano ha – senza se e me – indirizzato il match. È stato un direttore di gara nero e azzurro. All’inglese nel primo tempo, all’italianissima nel secondo. Ha permesso all’Inter e a Çalhanoğlu ciò che al Napoli e a Simeone non è stato concesso. Il Cholito è stato mandato sotto la doccia al 60esimo per un doppio giallo. Il primo forzato, commisurato al metro di giudizio utilizzato col turco nel primo tempo, il secondo giusto data l’ingenuità dell’argentino. Li è cambiato tutto.

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Il maestro Capuano in “È stata la mano di Dio” disse al protagonista “Tu non tieni nisciun dolore, tu tien’ ‘a speranza. E ‘a speranza fa fare film consolatori. La speranza è una trappola.” Il direttore Rapuano al Napoli la speranza l’ha tolta, ed era davvero una trappola. Perché gli azzurri in parità numerica la speranza di vincerla l’hanno avuta davvero. L’Inter dilagante ammirata in semifinale non si è mai vista. Perché Mazzarri l’ha preparata bene, anzi ha dato una lezione di tattica applicata, ha fatto l’allenatore vero: ovvero non ripetere all’infinito uno spartito ma cambiarlo a seconda delle circostanze e degli avversari. Riproposta la difesa a 3 e la formazione vista in campo contro la Viola (tranne Zerbin per Mario Rui dolorante), ha imbrigliato Inzaghi, bloccandolo sulle fasce e con il gambetto di donna: Politano su Çalhanoğlu. I vice campioni d’Europa si sono resi pericolosi solo dalla distanza. Il Napoli “mazzarriano” non rinunciava ad offendere, lottando su ogni palla. Ci sono stati momenti in cui sembrava di essere gli affamati della scorsa stagione. Senza il rosso all’argentino si sarebbe finiti ai rigori o chissà risolto con una situazione di gioco, il classico episodio (non arbitrale). In dieci il Napoli è psicologicamente crollato, così come Mazzarri che ha tirato fuori Kvara. Voleva chiudersi in trincea fino alla fine ma necessitava di una concentrazione disumana. Si è abbassato troppo, l’inserimento di Raspadori dopo circa dieci minuti è stata vana. Dispersa l’attenzione, nei minuti di recupero, ci si è persi Lautaro all’interno dell’area piccola e il Toro ha incornato, incoronando l’Inter campione di Supercoppa. Una coppa deturpata dalla sfortuna, da Rapuano, dalla perdita di Riva fischiato indecorosamente durante il minuto di silenzio dai presenti al Al-Awall Park. Dicono non sia mancanza di rispetto. In Arabia, dove anche il ricordo del Kaiser Beckenbauer ha subito la stessa sorte, questa è una pratica non accettata. Questione di cultura, la loro, non la nostra, una distanza morale, colmata dai petroldollari cari alla Lega, disonore della Patria. Una traversata che lascia al Napoli il cosiddetto “currivo” ma anche una nuova consapevolezza: ci si è liberati dal 4-3-3 e posti finalmente in conflitto col passato.
“Senza conflitto non si progredisce. Senza conflitto è solo sesso e ‘o sesso non serve a nient”.
Si può tornare a far calcio nella maniera più consona, non obbligata. Ripartire dalla caduta dei dogmi e questo forse vale quanto un trofeo. Il Napoli ha ancora qualcosa da dire.