La Russia è un enigma per Spalletti

Spalletti - Russia

© “SPALLETTI” – FOTO MOSCA

Una rondine non fa primavera, è un po’ come dire che una vittoria non ti rende campione, né una sconfitta pollo. La caduta in Russia fa il paio a quella di Milano, e in effetti la ricorda anche un po’ sotto alcuni aspetti: momenti di gara da dimenticare, disattenzioni, un rigore, occasioni sprecate, un portiere avversario coi tentacoli al posto dei guantoni.
Rispetto alla campagna meneghina, però, quella in Russia – che tanti già definiscono napoleonica – necessita di riflessioni più ampie, perché caratterizzata da handicap che – volente, o nolente – faranno compagnia al Napoli nelle settimane a venire quando si darà un’impronta vera alla stagione. 

All’Otkrytie Arena abbiamo assistito forse al peggior primo tempo dell’era Spalletti. Certo, sono stati quarantacinque minuti condizionati da un rigore generoso – per quanto ingenuo – provocato da Lobotka, ma c’est la vie. Un penalty o le condizioni atmosferiche avverse non possono essere una giustificazione per gli azzurri che questo anno sono nati sotto la stella de’ “le scuse sono da perdenti”.
Non c’è stata reazione dopo la rete subita, o meglio c’è stata ma non ha avuto la forza di manifestarsi, né di imporsi a Selikhov, 27enne portiere russo che dicono allo Spartak faccia il secondo, ma para meglio di un primo. Aleksandr è stato fenomenale su Elmas prima e Zielinski poi, anzi sul polacco ricordava un po’ Benji, un cartone animato per quanto plastico.

Nel frattempo tra il nulla cosmico del gioco azzurro, si è concretizzato il raddoppio di Sobolev di testa. Promes sull’esterno ha mandato Mario Rui a prendere una vodka in centro – il portoghese ha accettato di buon grado – arrivato sul fondo l’ha messa in mezzo e ha capito che Koulibaly forse aveva già brindato e dimenticato il suo diretto avversario, per l’appunto Sobolev che ha insaccato. Per l’appunto, le liste di mercato chilometriche di Giuntoli da ieri sera citeranno anche il suo nome: Aleksandr Sobolev, attaccante d’antan, ottantacinque chili per un metro e novantasei d’uomo – di ragazzo, ha 24 anni e promette bene.

È in odore di disfatta che gli uomini di Spalletti non hanno seguito le orme di Bonaparte. Non se la sono data a gambe levate, sono venuti finalmente nel fuoco. Hanno giocato al calcio, hanno costruito, hanno dominato territorialmente il campo, prodotto: un gol annullato dal VAR al 53’ per fuorigioco di Di Lorenzo, e un altro buono – di Elmas (migliore in campo!) al minuto 64’.  Poi avrebbero meritato anche qualcosa in più, come al San Siro, ma se non l’hanno ottenuto forse nemmeno tanto.
Spalletti è andato via senza stringere la mano al comandante avversario, ha fatto il permaloso perché era arrabbiato. La qualificazione diventa complicata: bisognerà battere il Leicester sperando che lo Spartak non superi il Legia. In pratica il destino è scivolato via dalle proprie mani.

Mani – quelle del tecnico di Certaldo – che dovranno lavorare su quegli handicap, su quelle spie che a Mosca hanno cominciato a lampeggiare per indicare un malfunzionamento della macchina azzurra. Antigelo a parte, il Napoli sta facendo i conti con gli incubi del passato, due approcci sbagliati consecutivi chiedono una riflessione sullo stato mentale della squadra – timorosa dell’Inter prima, e traumatizzata dagli infortuni poi. Le assenze di Anguissa e Osimhen, vanno metabolizzate. Il centrocampo senza il primo sembra non avere condizione d’esistenza, non essere trait d’union tra i reparti, non coprire e non proporre. È inconsistente come Lobotka e Zielinski. L’attacco ha bisogno di nuovi modi di dispiegarsi che non comprendano la profondità, ma assorbano le mancanze di Mertens e Petagna, facendone esaltare i pregi.

Winston Churchill diceva che la Russia è un rebus avvolto in un mistero che sta dentro a un enigma, lo ha consegnato sicuramente a Spalletti.

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