Campione dei bilanci, ma Conte dimostra che Napoli non lo sarà mai dell’ambizione
Non è terra per "i" Conte, e dirlo con quel tricolore sul petto lascia l'amaro in bocca e la mortificazione dell’ambizione
Foto Mosca©️ “CONTE” – FOTO MOSCA
“I matrimoni si fanno in due”, ha dichiarato Antonio Conte, pochi giorni orsono, ospite dell’Università del Salento. Non si riferiva di certo al mancato accordo con De Laurentiis per succedere Garcia a Napoli. C’era stato un incontro (confermato da noi di Sport del Sud) tra ADL e il tecnico leccese, a quest’ultimo gli si offriva la possibilità di accomodarsi sulla panchina dei campioni d’Italia. La risposta fu “grazie, ma no”. L’impressione, o a questo punto l’illusione, era che Antonio Conte avesse rifiutato Napoli per motivi ampiamente condivisibili. Era ancora in pieno anno sabbatico e un ruolo scottante a metà stagione proprio non gli si addiceva. Antonio Conte non è certo un uomo da pronto intervento, più e giustamente da progetto.
Il “progetto” Napoli, allora, si pensava potesse abbracciarlo, davvero e con convinzione, in estate, appropriandosi di una squadra “salvata” da Mazzarri, educata ad un determinato tipo di calcio (non più quello giochista di Spalletti)
diseducata alla vittoria (dunque nuovamente affamata), meno consapevole nei propri mezzi e nelle proprie convinzioni (così da poter seguire religiosamente un nuovo tecnico e nuova filosofia) e, non in ultimo, “ritoccabile”. Erano quelli gli accordi pre-matrimoniali che una volta sistemati avrebbero fatto convolare a nozze il Napoli e Antonio Conte
Ebbene, non ci aveva preso nessuno.
Napoli e il Napoli possono anche aspettare Antonio Conte all’altare ma lui non arriverà, perché non c’è dote che tenga, al cuore, e in questo caso anche alla testa, non si comanda. L’ex Tottenham è stato chiaro, quanto il medico in “Natale in casa Cupiello” in merito alle condizioni di salute dello zio Pasqualino, ha una sposa desiderata e questa è la Juventus del rivale in amore Allegri, colui il quale sembrerebbe indeciso nel voler continuare la storia con la Vecchia Signora dopo un ritorno di fiamma (di due anni fa) che avrebbe bruciato chiunque tranne che il Max d’amianto e imperturbabile (almeno fin quando le condizioni avverse si limitavano a vicende calcistiche e giudiziarie).
A quanto pare, infatti, Minnesota Man, nonostante sia stato negli ultimi dodici mesi di transizione investito di pieni poteri, di una centralità unica nel suo genere in casa Savoia e stia compiendo un miracolo sportivo con il materiale a disposizione, facendo si che la prossima stagione (tra entrate europee, coppe e nuovi acquisti da bilancio risanato) possa essere l’unica e vera promettente dal suo ritorno in bianconero, ha storto il naso, o meglio il muso. I continui ammiccamenti di Conte, la simpatia nutrita dalla tifoseria nei confronti del leccese e dalla società che permette al buon Antonio di fare visite al centro tecnico bianconero come se non fosse un elemento di disturbo per l’ambiente, hanno fatto ribollire il sangue a Max, un po’ geloso, un po’ meritevole di riconoscenza.
Questo matrimonio, allora, sembrerebbe davvero da farsi. Quello tra la Juventus 2024/2025 e Antonio Conte, certo, cosa avevamo capito? Conte preferisce il bianconero all’azzurro, ci mancherebbe potrebbe pensare qualcuno, e con quei colori che ha vinto da giocatore e ha cominciato la sua carriera di successo. Però, a quei colori,
Antonio Conte disse addio nel 2014 senza troppi fronzoli. Erano giorni di inizio ritiro, il quarto anno della sua gestione, voleva rinforzi, un nome su tutti: Cuadrado. Fu il pomo della discordia, disaccordo con la società, fuggì dall’allora Vinovo (lì dove oggi socializza con Montero) come un ladro, di notte (il momento della giornata è romanzato per l’occasione, non l’atto).
Perché Antonio Conte è un uomo di pancia in panchina e in campo, negli spogliatoio, fino a quando non si tratti delle sue possibilità di vincere, lì non transige, non è un caso che sua figlia si chiami Vittoria. Deve sentirsi, ovunque si trovi, nelle condizioni di poter generare vittoria, in questo caso intesa come sportiva, e le sue ultime parole lasciano intendere che crede ci possano essere a Torino e non a Napoli. Semplicissimo.
Il Napoli con 79,7 milioni di utile e fatturato più che raddoppiato, potrà essere anche campione dei bilanci ma, a conti fatti, la Juventus, massacrata dai tribunali, dal caso doping Pogba, da quello scommesse di Fagioli, e da una situazione economica che non permette altro che spending review, gode ancora di un appeal al successo maggiore degli azzurri (campioni d’Italia in carica, è il caso di ricordarlo). Ma perché? Forse perché si pensa più a quel benedetto bilancio che a investire per la vittoria. O, almeno questa sembra la risposta più sensata, alla presa di posizione di Conte, così come alla funesta scelta Garcia derivata dopo una serie di interminabili “NO” di livello (Nagelsmann, Luis Enrique, Thiago Motta, Galtier), all’addio di Spalletti. Per quale altro motivo Lucianone avrebbe lasciato Napoli se non per il timore di non avere le possibilità di trionfare ancora?
E allora si, cantava Pino Daniele, che Napoli potrà essere anche campione d’Italia, campione dei bilanci, ma mai vista come futura campione, sul campo solo per miracolo sportivo. E allora si che Napoli è destinata a rimanere un porto, un posto di passaggio, un trampolino per giocatori e allenatori che aspirano a lidi migliori, a Coverciano, ad un rilancio personale. Non è terra per “i” Conte, e dirlo con quel tricolore sul petto lascia l’amaro in bocca e la mortificazione dell’ambizione.
