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Intervista a Soledad Jaimes, il “sole” del Napoli Femminile

Soledad

Soledad Jaimes, attaccante del Napoli Femminile, è nata a Nogoya il 20 gennaio 1989. In Argentina – nella provincia dell’Entre Ríos, nord-est del Paese – ha trascorso l’infanzia, prima di crescere calcisticamente tra le fila del Boca Juniors.

“Sole” si è poi affermata in Brasile, prima nel São Paulo e poi nel Santos, club con il quale ha disputato l’ultimo match ufficiale qualche mese fa e messo a segno in totale 62 reti. Titolare della Nazionale albiceleste (con l’Argentina ha infatti preso parte alle tre gare del Mondiale 2019), la nuova calciatrice azzurra ha giocato in Europa con il Lione – 5 presenze ed una rete nella stagione 2018/2019 che ha portato nella bacheca delle ragazze OL campionato francese e Champions League – ed in Cina con il Tianjin e con il Dazhong, prima di arrivare sotto l’ombra del Vesuvio. Un trasferimento quest’ultimo frutto di un’operazione importante imbastita dal Napoli Femminile che ha chiuso il mercato con il volto di una vera e propria stella del firmamento internazionale.

SportdelSud ha avuto il piacere di incontrarla, per farci raccontare le sue esperienze, i suoi obiettivi e la sua visione della figura della donna nello sport più amato al mondo.

Innanzitutto, come nasce la tua passione per il calcio? C’è qualcuno che te l’ha trasmessa?

“Sembrerà una cosa strana ma nella mia famiglia nessuno gioca a calcio. Da bambina vivevo in un quartiere molto umile e mia madre lavorava tutto il giorno perché mio padre è venuto a mancare quando ero piccola. Vicino casa mia c’era un piccolo parco, al quale sono molto affezionata perché ha segnato la mia vita – infatti l’ho tatuato sulla mia gamba -, ci andavo ogni giorno dopo scuola e passavo le mie giornate giocando a calcio con i miei compagni. Sono molto credente e sono convinta del fatto che il mio è stato un dono di Dio”.

Hai avuto a che fare con i pregiudizi delle persone?

“Inizialmente sì perché era uno sport attribuito prettamente agli uomini, ma non me ne importava. Non mi sono mai sentita sbagliata, era quello che più amavo, non ho mai smesso di giocare”.

E qual era il tuo punto di riferimento?

“Non un calciatore in particolare, ma ho sempre ammirato una calciatrice: Cristiane (attaccante del San Paolo e della nazionale brasiliana, ndr)”.

Tanti anni vissuti in campo e in giro per il mondo, hai una partita che porti dentro di te?

“Sceglierne una in particolare è difficile. In generale, tutta la mia esperienza con il Santos è stata indimenticabile. C’era Marta Vieira da Silva che io ho sempre ammirato, insieme abbiamo vinto il campionato ed io fui eletta miglior calciatrice e marcatrice della stagione. Inoltre, con la squadra brasiliana ho firmato il mio primo contratto in assoluto da professionista e grazie ad esso ho avuto l’opportunità di dare un aiuto economico alla mia famiglia”.

Il 21 settembre, invece, è stato ufficializzato il tuo trasferimento a Napoli, la tua firma. Come sei stata accolta e come ti stai trovando con le tue nuove compagne?

“Prima di arrivare qui, mi ripetevano sempre che il posto in cui sarei stata felice davvero sarebbe stata l’Italia. Nel 2018, quando ero in Francia e giocavo con il Lione, una mia amica mi ripeteva che il mio destino mi voleva a Napoli. Infatti quando mi proposero per la prima volta di giocare qui pensai immediatamente a lei. Sono stata in molte squadre, ma nessuno mi ha mai accolta come hanno fatto le mie compagne, il calore che regala questa città è una delle cose che amo di più”.

Sicuramente, anche semplicemente passeggiando per le strade di Napoli, avrai visto con i tuoi occhi quanto Maradona – tuo connazionale – sia stato importante per questa città. Che cosa rappresenta per te Diego e cosa provi sapendo che giochi per la sua stessa squadra?

“Per me è un grande orgoglio. Ho deciso di venire a Napoli soprattutto per la storia di Maradona, qui è considerato un Dio. Non ho parole per descrivere cosa rappresenti Diego, quello che ha fatto calcisticamente perché ha davvero fatto di tutto. Ovunque tu vada, anche quando sono stata in Cina per esempio, il primo nome che si pronuncia quando si parla di calcio è “Diego Armando Maradona”. Per la mia età non l’ho vissuto in prima persona, ma grazie ai video ho potuto ripercorrere la sua carriera ed era davvero incredibile. Sono davvero felice di essere qui, spero di poter aiutare la mia squadra e mi piacerebbe che un giorno il mio nome possa essere ricordato per aver fatto la storia qui a Napoli”.

Nel corso della tua carriera hai collezionato esperienze importanti, sei cresciuta nel Boca Junior e ti sei affermata in Brasile. Quali sono secondo te le principali differenze tra il calcio femminile in America e in Italia?

“Ho giocato anche nel Lione, abbiamo vinto tre campionati e la Champions, è la squadra migliore del mondo e credo che chiunque sogni di giocare in una squadra del genere. Parlando a livello calcistico la differenza è abissale, soprattutto a livello fisico”.

Quale consiglio daresti ad una bambina che coltiva il sogno di diventare una calciatrice ma che è vittima di discriminazioni di genere?

“Ad oggi le cose stanno poco a poco cambiando, le persone stanno evolvendo il modo di pensare. Attualmente dove vivevo io si è sviluppato il calcio femminile, ad esempio mia nipote che ha 10 anni gioca a calcio perché la gente ha tutt’altra visione rispetto a qualche anno fa. Se ai miei tempi una bambina avesse espresso ai propri genitori il desiderio di giocare a calcio il primo a dire di no era il padre perché “è uno sport da uomini”. In Argentina è cambiato tutto dalla Coppa del Mondo del 2019 perché le ragazze hanno cominciato ad avere gli sponsor personali, ma a livello calcistico siamo ancora indietro”.

Cosa manca affinché i pregiudizi siano abbattuti e il calcio femminile faccia un ulteriore passo in avanti?

“Credo che ad oggi i club almeno in Sud America abbiano fatto un passo in avanti: ad esempio la televisione che trasmette il calcio maschile deve obbligatoriamente includere anche quello femminile. È questo che deve cambiare: devono comprendere che bisogna dare importanza anche a quello femminile perché è una nuova modalità, questo serve anche per contribuire a far sì che le calciatrici possano vivere di questo. Se le società calcistiche femminili cominciassero a guadagnare di più non dico che sarebbe come quello maschile, ma almeno una calciatrice potrebbe dedicarsi esclusivamente a questo. Purtroppo in Argentina una donna non può farlo, molte di loro sono costrette ad avere un lavoro extra, non è come il calciatore che riesce a guadagnare soltanto con questa professione per vivere.

Ho notato la differenza con le mie connazionali, soprattutto fisicamente, non hanno tempo da dedicare a loro stesse perché devono lavorare o studiare. Inoltre, lì non danno la possibilità di studiare, bisogna pagarsi tutto. Io fortunatamente da quando sono andata via dal mio paese sono riuscita ad aiutare la mia famiglia e a dedicarmi a questo a 360 gradi. Tuttavia, da quando gioco con il Napoli ho dovuto fare l’abbonamento per permettere alla mia famiglia di vedere le partite, in Argentina invece non bisogna pagare e questo è importante affinché più persone abbiano l’opportunità o magari la curiosità di cominciare a seguire anche il calcio femminile”.

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