La rabbia nei riguardi di Lozano è pena d’amore

La frase sibillina di Lozano sembra aver rotto definitivamente il suo rapporto con i napoletani, stufi di un amato che regala solo illusioni.

Lozano
Articolo di carloiacono18/11/2021

© “LOZANO” – FOTO MOSCA

Mi piacerebbe giocare in un club più grande. È bastata questa frase per rompere definitivamente il rapporto – già non molto stabile – che intercorre tra Lozano e i supporter azzurri. Questi ultimi – diciamocela tutta – avevano il messicano già legato al dito, per questioni che più che calcistiche potremmo definire quasi relazionali e sentimentali.
In effetti, noi appassionati, sappiamo perfettamente di avere un rapporto quasi amoroso con i calciatori del nostro club, e l’amore – o odio, il confine non è ben definito – per questi ultimi diminuisce, cresce, muta forma e natura non molto a seconda delle performance, o dei bruti numeri, ma a causa delle emozioni che riescono a restituirci o ad estirparci.

Ad esempio poco importa se Mertens sia a fine carriera, se giochi dieci o cinque minuti, se segni oppure no. Importa quello che ha fatto, la gioia che ha saputo donare, la sua vicinanza al sentire napoletano, il suo entusiasmo nei confronti della società. Il suo essere “Ciro”. Tanto basta a renderlo preferibile – anche se non in condizione – ad un Petagna qualunque, a far esclamare “perché non gioca Dries?”. Non è calcio, è sentimento, oppure sarebbe meglio dire che le due cose vanno spesso di pari passo.

Ecco se – aiutandoci con i termini usati da Platone nel Simposio per identificare i protagonisti di un rapporto amoroso – immaginiamo Lozano e i tifosi azzurri come una coppia, il primo possiamo trascinarlo nel concetto di oggetto d’amore, l’amato, e i secondi come coloro che amano, gli amanti. L’amato in questo caso è lo “stronzo”, colui che dal primo maledetto giorno in cui si sono conosciuti ha illuso l’amante. Non gli ha promesso di lasciare la moglie/il marito, né un bel niente. Erano i suoi atteggiamenti a spingere l’altro, a credere che quella storia sarebbe stata fantastica. Era tutto così perfetto…

Il primo incontro tra i napoletani e Lozano è stato – quasi sicuramente per tutti – virtuale. Una grossa percentuale degli amori moderni nasce così, sul web o su un app. Questo, probabilmente, l’ha fatto su Youtube. Quando il messicano è stato accostato per la prima volta al Napoli, in molti non avevano mai sentito parlare di lui. Forse solo i più cultori del calcio sapevano del Chucky – i fanatici, perché l’Eredivisie non è un campionato “mainstream”.
L’appuntamento video, il primo, è stato un successo. Non poteva esserci migliore presentazione, a prova di Hitch!
Il messicano ha dato la medesima impressione a tutti – e sappiamo quanto è importante la prima impressione, la scienza dice che in 40 secondi già decidiamo se la lei – o il lui – ci piace o no. Lui in questo caso, aveva il fascino dell’esotico.

Un funambolo sudamericano capace di saltare tutta la squadra avversaria in velocità e poi con grinta andare al gol. Un inno al dominio individuale, fatto di scaltrezza, tecnica, accelerazione. Rimembrava vecchie passioni, il pocho Lavezzi.
Lozano in maglia del PSV era evidentemente un giocatore fuori scala per il campionato olandese. I numeri – quasi come fossero delle ex – confermavano le percezioni, la sua media gol era quella di un predatore (35 in 60 presenze, più di uno ogni due partite). Tutto ciò nonostante fosse soltanto un’ala -cosa che è tutt’oggi se qualcuno l’avesse dimenticato – giocasse davvero lontano dalla porta, e restituisse l’immagine di un bravo ragazzo.

Parliamo di un amore a prima vista tra il popolo azzurro e Lozano. Lo stesso Ancelotti, sposando il suo acquisto, avrebbe dichiarato: mi piace da morire!
L’eccitazione per quello che sarebbe potuto essere, ha annichilito la razionalità. La passione acceca, riesce a farti dimenticare anche esperienze passate che avrebbero dovuto insegnarti a non fidarti troppo delle sensazioni. Una a caso? Eduardo Vargas.
Fatto sta che le domande “Come si adatterà un giocatore simile, tutto intuizione e giocate, in spazi e tempi ridotti?” , “È tagliato per il calcio italiano?”, “Di quanto tempo ha bisogno?”, sono rimaste inevase.
Maggiore la sicurezza, maggiore è l’attaccamento all’amato, maggiore è la delusione.

E, infatti, il messicano, durante la sua prima stagione a Napoli, è stata una delle più grandi delusioni della Serie A. L’acquisto più costoso della storia del Napoli – prima di Osimhen – non ha rispettato nessuna aspettativa. Che cantonata! Che dolore hanno provato i tifosi, quasi grande quanto quello che ti provoca un tradimento. Ecco, il primo strappo, la prima illusione che mina quella che poteva essere una splendida storia d’amore.

Colui che doveva essere l’incubo delle difese avversarie è diventato l’incubo che si materializza: il peggior concentrato di tutti i fallimenti passati. In campo nessun segno di brio, nessun dribbling. La bambola assassina sembrava un soldatino di plastica spaesato, insicuro, randagio. Una bugia. E si sa le bugie non fanno bene ai rapporti. Però i rapporti spesso vivono di bugie che ci raccontiamo noi stessi e che non riusciamo a superare. Perché Lozano di bugie non ha raccontate mai.

Da partner ideale, il Chucky si è ben presto guadagnato nei cuori dei napoletani lo status di bluff, con 4 gol in 26 partite come pretendere altro?
I video, stories del primo appuntamento, cos’erano? Promesse? Almeno cosi sono parse ai più, che mai hanno pensato al contesto che permetteva al messicano di esprimersi al massimo delle proprietà potenzialità, e quello invece che andava cosi contro alle sue peculiarità: il Napoli di Ancelotti.
Il tecnico di Reggiolo aveva costruito il suo Napoli intorno ad un sistema fluido, in cui ai giocatori era richiesto di muoversi continuamente e di modificare la propria posizione in campo in relazione a quella abitata dai compagni: ovvero necessitava di una maturità tattica, mentale ed un responsabilità tecnica che mal si sposava con un sudamericano, trapiantato in Olanda, di circa 23 anni, ancora da costruire sotto il profilo “associativo”.

Lozano doveva elaborare troppe informazioni, alle quali non era abituato, e ciò depotenziava il suo gioco d’istinto. A ciò bisogna aggiungere che spesso si ritrovava ad agire in una porzione di campo mai conosciuta prima: quella centrale. Ancelotti lo vedeva più come una punta che come un esterno. L’idea era quella di sfruttare sino all’osso i suoi guizzi più che l’intero repertorio, ma ciò finiva per restringergli tempi e spazi.
Fatto sta che per assistere al miglior Lozano in azzurro abbiamo dovuto aspettare il secondo Napoli di Gattuso, una squadra cucita alla perfezione sulle sue caratteristiche.

Anzi una squadra dotata di un assetto offensivo capace di nasconderne le sue principali lacune (nascondere e non curare ci ritorneremo). Il messicano è tornato sull’esterno, è tornato largo con i piedi sulla linea, come faceva in Olanda. Gli è stato chiesto un gioco minimal. Pochi palloni da toccare, ma in posizioni di campo più avanzate e con più spazio dinanzi, oppure da andare a catturare tagliando sul secondo palo – alla Callejon. Ringhio ha letteralmente potato le sue responsabilità tecnico-tattiche, cosi come quelle di scelta, per lasciarlo libero di rifinire e definire le azioni. Lo ha sgravato da ciò che gli risultava pesante da assimilare.

È cosi che il messicano ha segnato 11 gol in 32 partite e per un intervallo ampio della scorsa stagione è risultato il miglior giocatore azzurro. Tutti coloro che lo avevano già bollato si sono ricreduti. L’amore è risbocciato come una rosa a maggio. Si è creata addirittura la trina fazione “io l’avevo detto!”, “era Ancelotti a non capirci niente!”, “adesso non facciamolo scappare!”. Nel frattempo Lozano ha continuato a sbagliare dribbling e ad essere impreciso, ma la sua esplosività, la sua presenza elettrica nelle partite, la sensazione di poterle spaccare da un momento all’altro in un singolo momento d’estasi, ha fatto rivivere a tutti l’emozioni del primo appuntamento, di quella persona interessantissima in maglia PSV, dallo sguardo magnetico. Ha spezzato addirittura la coerenza. 

Poi è arrivata l’estate, stagioni di amori nati, ma anche finiti. Stagione durante la quale il messicano ha vissuto uno dei momenti peggiori della sua vita. Un’infortunio al collo durante una partita con la Nazionale quasi la vita gli è costata. È tornato in città a pezzi, una città in cui era arrivato un nuovo sceriffo. Mentre faceva i conti con i suoi traumi, a dovuto farli anche con una titolarità non più certa. Questo è significato giocarsi il posto ma non essendo in condizione psico-fisica per farlo. Nel frattempo gli azzurri sono tornati al 4-3-3, un modulo solo in teoria adatto alle sue caratteristiche. Ha cominciato ad entrare dalla panchina, solo in situazioni già compromesse o troppo favorevoli, per disordinare le difese avversarie o per avere modo di mettersi in mostra come un animale da circo – circostanze dove comunque la produzione di xG del Napoli migliora.

A ciò si è aggiunta l’incompatibilità tra il suo essere frenetico e iper-verticale con un differente modo di attaccare, che ancora una volta ha una base – anche se abbozzata – posizionale, facendo si che i suoi movimenti tendano a spezzare o ad allungare troppo la squadra.
In pratica, nel Napoli di Spalletti, le sue responsabilità sono aumentate nuovamente e con queste il messicano ha evidentemente un problema, mai risolto. Senza di esse è un giocatore diverso, come abbiamo potuto notare con Gattuso, il quale però oltre a togliergliele, non gli ha fornito gli strumenti per affrontarle. In pratica – come dicevamo – ne ha nascosto i difetti senza curarli, cosicché in nuovo/vecchio contesto sono venuti tutti di nuovo a galla.

Le performance del messicano si sono abbattute (2 gol su 12 partite), cosi come i minuti giocati (521 in campionato), manifestando un’incongruenza lapalissiana tra un giocatore potenzialmente devastante ma tatticamente e associativamente immaturo e un sistema complesso come quello del tecnico di Certaldo, il quale di certo non sembra avere né il tempo né la voglia di lavorare sulla funzionalità del ragazzo.
Si è arrivati alla seconda illusione, alla seconda rottura con il popolo, stufo di sentirsi bipolare nei suoi confronti. A sancirla una frase sibillina, che suona come “vorrei stare insieme ad un altro che mi permette una vita migliore, che mi accetta per quello che sono, che mi lascia esserlo”. Apriti cielo, lì c’è la porta vai via. Fallo, almeno, per non mettermi più condizione di ritornare, semmai, vergognosamente sui miei passi.