“Non hai le ali, Lorè!”, ed Insigne volò via

Tra irriverenza e disincanto, Insigne spicca finalmente il volo. La sua risposta a chi da anni gli urla: "Non hai le ali, Lorè".

Articolo di carloiacono04/01/2022

© “INSIGNE” – FOTO MOSCA

Lorenzo Insigne al Toronto, oramai è ufficiale. Un altro figlio di Napoli emigra – o emigrerà, e in questi casi (quando la fuga non ha ragione nella fame) di nascosto gli si metterà la veste di traditore in valigia. Se ne fregherà il Magnifico, se n’è fregato, e probabilmente la sua unica colpa è di averlo fatto troppo tardi.

In Canada vivrà il suo canto del Cigno, perché saranno gli ultimi anni da calciatore, ma anche i primi in cui spiccherà il volo lontano dalla sua terra, una città – Napoli – che gli ha sempre urlato nelle orecchie: “Non hai le ali, Lorè”.

I genitori, in fondo, sono sempre più accomodanti, disponibili e giusti, con i figli degli altri che con i propri e questo Insigne l’ha scoperto sin da subito. In lui, ai tempi di Benitez, i tifosi hanno riversato tutte le proprie frustrazioni ed ambizioni. Quel ragazzino dalla faccia da scugnizzo stava vivendo il sogno di tutti: dalla strada fatta di sampietrini a quella che porta al numero 10 azzurro. Il fuoriclasse del popolo. Lorenzo però, già allora, non era né l’una né l’altra cosa, e se lo avessero capito prima gli altri, e se non avesse passato tutta la sua vita calcistica a cercare il modo di soddisfarli lui, forse racconteremmo un’altra storia. Ma già che ci siamo…

Già che ci siamo, farebbe bene ricordare che il 24 ha giocato poco tra i palazzi, e molto più nelle scuole calcio: è venuto fuori da lì, non dalle piazze, come il 99% dei suoi coetanei e di tutti quelli che verranno.

Ed è per questa ragione, che non ha mai avuto la malizia né il senso di rivalsa dell’irriverente di strada, del Borges della pelota. Il suo gioco è sempre stato lineare, associativo, posizionale, completamente opposto a quello di un numero 10, capace di cambiare le partite con un’intuizione, di vincere da solo, di giocare in un fazzoletto, di creare allegria, di esaltare il sistema ma non farne parte. Purtroppo è quello che gli è stato chiesto, imposto, e la sua colpa è di non essersi mai sottratto a questo gioco cattivo. Sei un crack o sei zero, segni o ti fischio, sorridi o sei irrispettoso, onori la maglia o sei uno juventino. Lorenzo ha corso il rischio di inseguire sempre il polo positivo, prima di rendersi conto – in questi giorni, nuotando nel mare dell’odio e dell’indifferenza – di non esser riuscito ad allentarsi mai troppo dall’estremo opposto: è rimasto al centro, come un anonimo.

“Non abbiamo mai avuto bisogno di lui”, è la frase più spesa che accompagna la fine di questa storia. È un virgolettato che non rende giustizia a Lorenzo. Non rende giustizia a chi è diventato capitano, simbolo e leader tecnico della propria squadra nel momento in cui perdeva la propria identità di gioco (nel post-Sarri). A chi ha accettato di essere sempre il primo responsabile in tempesta, senza mantenere il podio col vento in poppa. A chi ha accettato di non essere mai perdonato, di non essere apprezzato per il suo carattere introverso, per i ripiegamenti difensivi, per i sacrifici e nemmeno per essere stato il numero 10 dell’Italia campione d’Europa.

“Non hai le ali, Lorè”, “non le avrai mai”, “mai risponderai alla nostra idea ideale di 10 e capopopolo, di campione e fuoriclasse”.

Ha provato ad assomigliarci. Se ci fermassimo a pesare il suo contributo negli ultimi anni (anche i numeri se volete) potremmo accorgerci che forse è stato davvero un leader, un simbolo, e lo ha fatto con una discrezione tale, con una naturalezza, che nemmeno ce ne siamo accorti, che abbiamo faticato a riconoscerlo.

Va via, alla fine, allo stesso modo, come un gregario, come uno dei tanti, come un talento che non abbiamo mai definitamente compreso o voluto comprendere. In questo lui non ci ha aiutato, perché si è cullato nell’indifferenza di un misunderstanding, e ai “Non hai le ali, Lorè” non hai mai avuto la forza di rispondere “Adesso ti faccio vedere”, forse per paura di non averle realmente. Il volo lo spicca oggi che non gli interessa saperlo, ma non salta per sfida, lo fa per maturità. Non ha più niente da chiedere, non ha preoccupazioni, se non il futuro dei propri figli.

Un figlio di Napoli va via e basterebbe soltanto auguragli buona fortuna, ringraziarlo per non averci mai mandato a quel paese, per averci assecondato, chiedergli scusa per non avergli permesso di vivere semplicemente ciò che era ed è stato: un buon calciatore, un buon capitano, un buon pezzo di storia recente.

La “cajóla” è aperta, dispiega le ali Lorè, tu vola. Vola e canta, nun chiagnere cca.