James Rodríguez, la carriera come un’illusione breve
Nelle "Insolite coordinate", Luigi Guelpa racconta James Rodríguez come si raccontano le promesse mancate: un lampo mondiale, Brasile 2014, e poi una lunga sequenza di ripartenze senza approdo. Dal Real al Bayern, fino all’America, la sua storia diventa una riflessione sull’equivoco tra talento e destino, sull’istante scambiato per eternità. Elegante, malinconico, incompiuto: non un fallimento, ma una risposta lasciata a metà dal calcio.

Inutile girarci attorno, la storia di James Rodríguez ha la struttura delle illusioni brevi, quelle che esplodono come un petardo durante una festa di quartiere e lasciano nell’aria solo l’odore acre della polvere. Brasile 2014: la Colombia come pretesto poetico, James come corpo estraneo capace di piegare le leggi della mediocrità. Un sinistro al volo, qualche dribbling ben educato, e il mondo, sempre affamato di eroi a basso costo emotivo, decise che era nato un genio.
Il Real Madrid lo comprò come si compra un vino caro dopo averlo assaggiato una sola volta: convinti che quel sapore sarebbe durato per anni. Invece no. Perché il calcio, come la politica e l’amore, non perdona chi confonde l’istante con il destino. James entrò e uscì dai grandi club, Real, Bayern, Everton, come un ospite elegante che nessuno riesce davvero a trattenere a cena. Ogni volta un nuovo inizio, ogni volta la promessa di un riscatto imminente, ogni volta il conto finale povero di risultati e ricco di alibi.
I superpoteri si erano persi per strada, forse tra uno spogliatoio e l’altro, forse dentro quella malinconia tipica dei talenti che hanno conosciuto troppo presto il proprio apice. La magia non è mai tornata, e il calcio, che ama solo chi insiste nel vincere, ha smesso di aspettarlo.
Oggi, a quasi trentacinque anni, James riparte dal campionato americano, Minnesota come ultima frontiera di una carriera che assomiglia più a una resa negoziata che a una rinascita. È forse l’ultima recita, senza applausi garantiti. Ma in fondo il calcio è questo: una lunga indagine su ciò che potevamo essere e non siamo stati. E James Rodríguez resta una risposta incompleta, elegante e malinconica, come tutte le favole che finiscono troppo presto
