Lo Bello, i garofani e quel rigore “umanizzato” al San Paolo
Nella sua rubrica, Davide Morgera riporta al 24 marzo 1974, quando Concetto Lo Bello trasformò un Napoli-Roma in un caso da moviola ante litteram. Tra un fascio di garofani donato sotto i Distinti e un gol su rigore annullato a Sergio Clerici, l’arbitro siracusano spiegò la sua decisione con l’autorità di un’epoca in cui si fischiava da soli, senza sala VAR e senza “check”.

Quando arbitrò il Napoli per l’ultima volta aveva cinquanta anni. Il suo nome era Concetto Lo Bello da Siracusa. Doveri oggi ne ha quarantotto e, se continua ancora per due campionati, potrebbe eguagliare quello storico primato anche se, in generale, il modo di arbitrare del calcio odierno è completamente diverso da quello del secolo scorso. Quando qualcuno dice, sottovoce o sbandierandolo ai quattro venti, “mi sembra di stare a giocare ad un altro sport” non ha poi tutti i torti.
Più di mezzo secolo fa Lo Bello disse ‘basta’ perché ormai aveva fatto il suo ‘ventennio’. Aveva, infatti, esordito in serie A nel 1954 ( nel 1958 fece disputare un Napoli Juventus al Collana con 5000 persone assiepati ai bordi del campo, indimenticabile! ) e nel 1974 appese il fischietto al…chiodo. Ma, vi chiederete, perché parlare di Lo Bello oggi? Nostalgia canaglia di un calcio che fu? Rimpianto per la figura autoritaria che la giacchetta nera rappresentava? Un aprioristico rifiuto dell’introduzione della tecnologia in uno sport dove si decideva in una frazione di secondo ed oggi si aspettano anche quattro/cinque minuti per prendere un provvedimento? In realtà le motivazioni sopra esposte ne fanno una bella grossa e corrispondono, per chi ha compiuto gli ‘anta’, al netto rifiuto di inglesismi quali VAR ( Video assistant referee ), Check, Step on foot, Dogso ( Denial of goal scoring opportunity ), Spa ( Stopping a promising attack ) e chi più ne ha più ne metta, soprattutto alla luce di quanto sta succedendo in questo campionato.

Una volta, il signor Lo Bello le cose le diceva con il suo accento siciliano, era così convincente nelle sue prese di posizione che i giocatori accennavano solo timide proteste. Gli atleti in campo obbedivano, tranne qualche caso raro (Rivera docet). Una volta chiesero al figlio Rosario se il padre avesse mai sbagliato ed egli rispose: “Il direttore di gara non è infallibile, lui lo era. E se non lo era, umanizzava l’errore”.
Si parlò addirittura di ‘lobellismo’ per indicare un arbitro autoritario e chi era a lui contemporaneo, così come quelli che vennero dopo di lui, cercò di imitarlo. Michelotti, Agnolin, Casarin, Collina, Rizzoli, Rosetti, dove siete? Oggi si dirige in due, è questa la direzione che sta prendendo il calcio italiano. L’uomo in campo e la sala di Lissone.
Sono le 13,30 di domenica 24 marzo 1974 e al San Paolo va in scena il ‘derby del Sole’ tra Napoli e Roma. La partita comincerà da lì ad un’ora ma c’è un simpatico siparietto sotto i Distinti, là dove una volta c’era la rete di protezione e da dove sbucavano i giocatori per fare il loro ingresso in campo. Un giovane tifoso chiede ed ottiene di omaggiare Lo Bello con un bel fascio di garofani in segno della sua ammirazione per l’onorevole della Democrazia Cristiana, quel giorno designato per la sfida tra azzurri e giallorossi. Foto di rito, al tifoso sembra di toccare il cielo con un dito. Ha stretto la mano al suo idolo in giacca nera, non gli sembra vero. Quando Lo Bello torna negli spogliatoi, per prepararsi alla gara, incrocia sul suo cammino il presidente della Roma, Anzalone. Si salutano, si stringono la mano e don Concetto che fa? Prende una parte dei garofani e la regala al numero uno giallorosso. Qualcuno lo guarda, si sente osservato ma Lo Bello è Lo Bello e, senza fare una piega, anzi sorridendo sotto i suoi baffetti e con lo spirito che lo distingue, dice: “Speriamo che ora non scoppi uno scandalo….”.

Un’ora dopo scendono in campo il Napoli, al terzo posto, e la Roma, in un tranquillo centroclassifica. Da una parte la formazione di Vinicio (quel giorno squalificato, in panchina Delfrati) dall’altra quella di Liedholm, forse i due migliori allenatori di quel campionato. Al quarto minuto rigore per gli azzurri. Santarini atterra Canè e lo Bello non può non concedere il rigore. Dal dischetto ci va lui, lo specialista, “El Gringo” Clerici. Di fronte ha Paolo Conti ed i suoi baffoni. Il brasiliano, da quando è a Napoli non ha mai sbagliato un penalty. Stavolta, però il tiro è fiacco e Conti respinge. Sulla ribattuta, la palla viene ripresa da Clerici che, anticipando l’estremo difensore, insacca. Nella dinamica dell’azione Lo Bello vede una ‘carica al portiere’ ed una ‘gamba tesa’ ed annulla la rete tra le proteste dei giocatori in maglia azzurra. La domenica sera la moviola diede torto all’onorevole arbitro che non concesse il goal realizzato da Clerici, dopo il rigore parato da Conti. In TV si vide chiaramente che il centravanti azzurro era arrivato sul pallone prima del portiere giallorosso senza commettere un fallo pericoloso. Naturalmente, trattandosi di don Concetto, non si parlò di scandalo ma un tifoso la battuta maligna la fece ugualmente : “Lo Bello ha regalato non solo i garofani ad Anzalone ma anche un punto!”.

In quel periodo di attività politica, dal 1972 ricopriva la carica di deputato, l’arbitro di Siracusa sedeva in Parlamento e non mancarono frecciatine al suo indirizzo. Fu accusato di essersi ‘romanizzato’ perché qualche maligno vide piccoli favori a Roma e Lazio, le squadre della Capitale. In verità, nell’occasione della partita del San Paolo trovò probabilmente gradevole poter rivestire davanti al popolo partenopeo la candida tunica dell’imparzialità fischiando un rigore senza particolari esitazioni. La partita, da quel momento in poi, fu bella, combattuta e piena di emozioni. Dal goal su rigore annullato a Clerici, infatti, passarono pochi minuti ed il romanista Orazi prese la traversa mettendo paura al Napoli. Primo tempo a reti inviolate. Al ’15 del secondo tempo spettacoloso tiro a rete di Juliano, Napoli in vantaggio. Al ’77 ancora il piccoletto Orazi buca Carmignani di testa, su cross di Rocca, per il definitivo pareggio che Liedholm voleva già difendere inserendo il terzino Ranieri, futuro mister di successo, al posto della punta Prati.
Oggi, nell’era del “a seguito di revisione”, vogliamo ricordare anche come a Lo Bello piaceva spiegare le cose accadute in campo, quando e se poteva. Infatti, dopo la partita di Fuorigrotta, don Concetto si trattiene negli spogliatoi e si ritrova tra attori, politici, onorevoli, dirigenti sportivi, colleghi ed amici. Qui un giornalista del ‘Mattino’ lo avvicina perché sa che l’arbitro siciliano non ha tabù e reticenze con la carta stampata. E’ stato il primo in Italia ad aprire un colloquio con i giornali e dunque ritorna sull’episodio del rigore e spiega che ha visto un gioco pericoloso di Clerici ai danni di Conti. Poi, alla fatidica domanda, se continuerà ad arbitrare o se il suo ruolo futuro sarà quello di designatore, risponde : “ Ho tanti impegni e col calcio ho deciso di smettere, è una decisone irrevocabile. Per me è stato un divertimento, mai una professione e fra qualche partita mi ritiro in punta di piedi, senza clamori”.
Infatti, al termine di quel campionato, Lo Bello si ritirò dopo aver diretto, a 50 anni e 16 giorni, due mesi dopo Napoli-Roma, la finale di Coppa UEFA tra Feyenoord e Tottenham. Dopo di lui, fece carriera il figlio Rosario, anche lui internazionale, che ricordiamo piacevolmente anche per aver diretto un indimenticabile Verona – Milan nel 1990. Un’altra fatal Verona che ci regalò il secondo scudetto
