Presidente, riaccenda il microfono contro il sistema
Una frattaglia di Vincenzo Imperatore sui torti arbitrali, sui 100 milioni della Champions e sulla necessità che il presidente torni al suo stile diretto contro gli organi istituzionali del calcio italiano.

Presidente, torni a fare il De Laurentiis di qualche anno fa. Non perché prima fosse più simpatico. Non perché facesse più rumore. Ma per combattere anche i sanfedisti locali che hanno voluto zittirla in nome di un’eleganza di facciata, di uno stile “istituzionale” che pretendeva silenzio per una società ormai d’élite come il Napoli. Le hanno chiesto misura. Le hanno chiesto compostezza. Le hanno chiesto diplomazia.
Come se il rispetto si ottenesse abbassando la voce. Come se una società forte dovesse diventare improvvisamente educata per non disturbare il Palazzo. Il Napoli non è diventato grande grazie al silenzio. È diventato grande anche perché il suo presidente non ha mai avuto paura di mettere sotto accusa gli organi del sistema quando era necessario farlo. L’eleganza non può essere sinonimo di autocensura. Lo stile non può trasformarsi in neutralità strategica.
E quando sono in gioco milioni e posizionamento, il silenzio non è virtù. È un regalo agli altri.
C’è una differenza enorme tra l’eccesso folcloristico e la comunicazione strategica. Il De Laurentiis che accusava, che pungeva, che chiamava in causa gli organi istituzionali del calcio italiano non era un guitto. Era un imprenditore che difendeva il proprio investimento. E oggi l’investimento si chiama Champions League. Circa 100 milioni di euro tra premi UEFA, market pool, botteghino, sponsor, valorizzazione del brand. Ottanta milioni. Non bruscolini, non opinioni, non chiacchiere da salotto televisivo.
Cento milioni che non arrivano per simpatia. Arrivano per classifica. E la classifica è figlia anche delle decisioni arbitrali. Quando gli episodi si accumulano, quando la percezione di squilibrio diventa costante, il silenzio non è eleganza. È autolimitazione.
Ora basta.
Il sistema calcio italiano non si autoregola per galateo. Si muove sotto pressione. Gli organi istituzionali non amano essere messi sotto accusa, ma rispettano chi ha il peso di farlo. Non sono casuali gli interventi nelle ultime settimane di Marotta, di Cobolli e di Elkann.
Il De Laurentiis di qualche anno fa non chiedeva favori. Pretendeva trasparenza. Esponeva contraddizioni. Metteva in difficoltà le narrazioni accomodanti. Era eccessivo, sì. Ma raramente era ingenuo.
Oggi il Napoli non può permettersi una postura neutra. Non quando sono in gioco milioni. Non quando ogni punto vale capitale. Non quando il silenzio viene interpretato come consenso. Il presidente li ha sempre fatti, gli interessi del Napoli. E bene. Lo ha fatto contro il dissesto economico. Lo ha fatto costruendo un club sostenibile. Adesso deve ritornare a farlo contro l’inerzia istituzionale.
Serve una comunicazione diretta. Nominale. Pungente. Serve chiamare per nome le responsabilità. Serve ricordare che il Napoli non è un ospite tollerato ma un attore economico primario del sistema. Non è una questione di rabbia. È una questione di posizionamento. Nel calcio italiano o sei interlocutore o sei variabile d’aggiustamento.
Presidente, torni a fare il De Laurentiis che non cercava consenso ma rispetto. Quello che metteva il sistema davanti alle proprie contraddizioni.
Perché 100 milioni non sono un’opinione. E il silenzio, in certi momenti, è un lusso che non conviene.
