VAR silenziato: la proposta per restituire all’arbitro il peso della decisione

In questa frattaglia Vincenzo Imperatore propone una riforma semplice e radicale: immagini sì, suggerimenti no. L’arbitro guarda il monitor e decide in autonomia, con i varisti ridotti al solo ruolo tecnico. Perché la tecnologia deve mostrare, non orientare

Articolo di Vincenzo Imperatore20/02/2026

Il calcio italiano ha un problema serio: non si fida più di nessuno. Non dei giocatori, non degli allenatori, non degli arbitri. E adesso neanche del VAR.
Allora facciamo una cosa semplice, quasi rivoluzionaria nella sua banalità: il VAR muto. L’arbitro va al monitor, su sollecitazione anche degli allenatori (due chiamate a partita), guarda le immagini e decide.

I varisti? Silenzio assoluto. Nessun “secondo noi è fallo”, nessun “c’è un contatto lieve ma…”, nessuna sfumatura sussurrata come se stessero suggerendo la risposta all’esame di maturità. Solo immagini. Nude e crude.

Perché oggi il problema non è la tecnologia. La tecnologia registra. Il problema è l’interpretazione guidata. È quella vocina che ti accompagna mentre guardi e che, anche se non vuoi, ti orienta. È umano. Se qualcuno ti dice “guarda bene il piede destro”, tu guardi il piede destro. Se ti dice “c’è un contatto significativo”, la tua mente cerca il significativo.

E invece no. L’arbitro deve essere solo davanti alla prova. Come un giudice davanti agli atti. Senza consulente che gli suggerisca l’intonazione della sentenza.

Il VAR nasce per correggere errori evidenti. Non per diventare un secondo arbitro occulto. Non per trasformarsi in una cabina di regia che orchestra la percezione del campo. Se il direttore di gara ha personalità, bene. Se non ce l’ha, il problema non si risolve mettendogli un tutor audio nelle orecchie.

Silenziare il VAR significa restituire responsabilità. E nel calcio italiano la responsabilità è una parola quasi esotica. Meglio parlare di “protocollo”, di “interpretazione”, di “uniformità”. Tutte parole comode. Nessuna che si prenda il peso dell’errore.

Immaginate la scena: l’arbitro va al monitor. Le immagini scorrono. Nessuna voce. Nessuna pressione. Decide. Punto. Se sbaglia, sbaglia lui. Se indovina, indovina lui. Fine del rimpallo tra sala VAR e campo, fine del balletto delle giustificazioni incrociate.

Sarebbe più duro? Sì. Sarebbe più trasparente? Anche.

Il calcio italiano ha passato anni a raccontarsi che il problema era l’arbitro solo. Poi ha introdotto il VAR e ha scoperto che il problema può diventare l’arbitro in compagnia. Forse la soluzione sta nel mezzo: tecnologia sì, ma senza suggeritore.

Perché alla fine la domanda è una sola: vogliamo un arbitro che decide o un collegio che sussurra?

Una frattaglia, questa, che non chiede miracoli tecnologici. Chiede solo silenzio. E nel nostro calcio, il silenzio, a volte, sarebbe la decisione più rumorosa di tutte

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