Sepúlveda e quel mio cellulare ora in una teca
Nella "Maradoneide" di Pastorin, il ricordo di Sepúlveda e Diego si riaccende a partire da un semplice telefonino passato di mano ad Asti: lì, tra letteratura e fútbol, si intrecciano voci, battaglie e verità che non smettono di bruciare.

Cinque anni fa, in quel terribile 2020, perdevo tante, troppe persone a me profondamente care. Pietro Anastasi, idolo della mia giovinezza e poi un fratello maggiore, i colleghi Gianni Mura, Angelo Caroli e Bruno Bernardi, il mio amico d’infanzia e compagno di stadio Giancarlo, il fantasista poeta rebelde Ezio Vendrame, il mio dolce campione Pablito Rossi, lo scrittore Luís Sepúlveda e l’infinito Diego Armando Maradona, il D10S rivoluzionario, nel fútbol e nella vita.
Luís e Dieguito, un giorno, sul fare del mezzogiorno ad Asti, nell’ottobre 2003, si sono conosciuti parlando al mio telefonino, in occasione di una mia intervista allo scrittore cileno a un Festival della Letteratura. Prima di celebrare quell’incontro, fatemi parlare di Sepúlveda, che sognava di fare il calciatore, ala sinistra, sfiorando addirittura l’ingaggio nella serie B del suo Paese, e che seguì, dodicenne, il Mundial del 1962 nel suo Cile – con il padre – in un bordello vicino a casa: perché solo lì avevano la tv!
“Non sono incline a perdermi nei vecchi dubbi che tormentarono e fecero riflettere gli antichi filosofi, né ad avvertirne altri se non quelli necessari ad avanzare sull’unica strada che sento possibile, la strada della scrittura, la barricata a cui sono arrivato quando tutte erano state ormai spazzate via, quando già pensavo che non ci fosse più posto per la resistenza. Da Guimarães Rosa ho imparato che ‘raccontare è resistere’ e su questa barricata della scrittura resisto alla mediocrità planetaria, la mostruosa proposta unica di esistenza e cultura che incombe sull’umanità alla svolta del millennio”. Resterà, sempre e per sempre, indelebile, la voce sicura, la scrittura forte, il coraggio salgariano di un combattente della vita e delle lettere: Luis Sepúlveda, strappato alla vita, a 70 anni, dal coronavirus in un ospedale di Oviedo. Non lo avevano distrutto le violenze e le torture di Pinochet: lui, Lucho, come lo chiamavano gli amici, fedele agli ideali e alle utopie di Salvador Allende. Non lo aveva disorientato l’esilio, il passare di terra in terra, con al fianco la moglie Carmen, poetessa. Nessuno poteva fermare la sua penna: capace di denunciare ogni male, qualsiasi torto, sempre sensibile ai più deboli, agli emarginati, agli invisibili, ai dimenticati. Con il cuore e la testa, per lunghi anni, sempre rivolta al Cile, al Cile ferito, ma non umiliato, come scrisse in “Storie ribelli” (a cura di Ranieri Polese, traduzione di Ilide Carmignani, Guanda editore): “L’infame storia dell’infamia ha conficcato i suoi artigli nel Cile, ma – di questo saranno grati i miei figli e i figli dei miei figli – la gente migliore del Cile conserva il coraggio che ha reso possibile giorni migliori e la sacra ira dei giusti. E come loro, anch’io ripeto: NON SI DIMENTICA NÉ SI PERDONA”.
Luis ci lascia in eredità le sue storie, i suoi personaggi, le sue meraviglie, il suo sdegno e la sua tenerezza. Leggere le sue opere significava, ogni volta, spalancare una finestra sull’universo e sulle persone: “Il mondo alla fine del mondo”, “Storia di una gabbianella e del gatto che le insegnò a volare”, “Le rose di Acatama”, “Patagonia Express” e tanti altri. Tornano ricordi e malinconie e nostalgie. Una lettura collettiva, al teatro Agnelli di Torino, organizzata da Assemblea Teatro, de “Il vecchio che leggeva romanzi d’amore”, le sue parole per Víctor Jara (il poeta e cantautore ucciso dagli sgherri di Pinochet), che porto sempre con me: “Víctor Jara era il compagno artista, dirigente, intellettuale di alto livello, ma soprattutto, era l’aria pura di campagna, la voce di mille compagni che non avevano voce. Generoso, coerente, allegro, serio, fraterno, Víctor simboleggiava la parte migliore della mia generazione e oggi è l’esempio migliore del valore di quella generazione. A volte, Víctor, quando la tua voce riempie la sala di casa mia o quando pulisco i vecchi dischi, uno dei miei figli domanda chi canta, e la risposta è sempre la stessa: quest’uomo che canta è mio fratello è in ognuna delle mie carezze ci sono anche le sue mani” (dalla prefazione, tradotta da Gina Maneri, a “Joan Jara racconta Víctor Jara una canzone infinita”, traduzione di Gabriella Ernesti, Sperling & Kupfer Editori).
E quella volta con Maradona, come dimenticarla? Sono ad Asti, in occasione di una manifestazione letteraria, per intervistare Sepúlveda. Sto per entrare nel ristorante dove avevamo fissato l’appuntamento, quando squilla il mio cellulare. È Salvatore Bagni da Cesenatico. L’ex centrocampista del Napoli mi dice: “Ciao Darwin, sono qui con Maradona. Ti vuole salutare”. Dico a Diego che sto per parlare con Sepúlveda e lui, subito: “Passamelo, sono un suo estimatore!”. Vedo Luis per la prima volta: “Ehm, mi scusi, non è uno scherzo, mi creda…Tenga il mio telefonino, Maradona vuole complimentarsi con lei”. Lucho mi guarda come si può guardare un matto. Sembra perplesso, sorpreso e smarrito. Ma prende il mio cellulare. E i due parlano a lungo, con Sepúlveda che, alla fine, sorridendo, dice alla moglie Carmen, sempre al suo fianco: “Era Maradona per davvero!”.
Sepúlveda vive nei suoi libri. Era uno che non sapeva mentire: perché “la verità è sempre sovversiva”. E ripeterò all’infinito queste sue parole: “Solo sognando e restando fedeli ai sogni riusciremo a essere migliori, e se noi saremo migliori, sarà migliore il mondo”.
