Garcia vuole un Napoli “Bohemian Rhapsody”
Garcia progetta un Napoli "Bohemian Rhapsody" dei Queen, sinfonia di transizioni veloci e imprevedibili, un'opera creativa e la spontanea.

©️ “GARCIA, NAPOLI” – FOTO MOSCA
Tra le strade vecchie di Partenope, le bandiere sventolanti fanno riecheggiare ancore le sinfonie inebrianti degli uomini di Spalletti. È ancora lì, come un’opera d’arte destinata a restare nel tempo, il Napoli della passata stagione. Un dipinto vivido, perlopiù pennellato a quattro mani, quelle di Kvara e Osimhen, incaricati di rappresentare tutto quanto avevano dietro e avanti: un direttore, l’orchestra, il pubblico.
L’intesa tra questi due artisti, come note armoniche in una partitura celestiale, si è affinata in un crescendo vibrante di partita in partita. Kvara, prendendo il testimone da Insigne, ha dilatato le dimensioni e le prospettive dell’attacco azzurro, permettendogli molteplici vite. È stato un aria che poteva portarti ovunque. Il Magnifico creava connessioni tra i compagni, assecondando il destino, compiendolo in campo attraverso gli intrecci, il georgiano il destino lo ha sottomesso alla volontà delle sue intuizioni.
Sulla tela del terreno di gioco, il Napoli ha creato il proprio stile, vario, sinistro. Li su quella fascia, le rotazioni sinfoniche per esaltare Kvara, richiamare Mario Rui alla ribalta, Zielinski a traversare le pieghe dei difensori avversari, il lato debole a divenire quello forte.
Quello destro che ondeggiava tra la larghezza e profondità, guidato dall’influenza di Di Lorenzo.
La ricerca della costruzione, del controllo, si è tradotta in un mantra che Spalletti ha scandito. Là dove i confini sfumavano, frammentati dall’abbandono dello spazio in favore della marcatura individuale, diventava necessario immaginare gli spazi col pensiero, crearli e poi percorrerli, allo stesso modo sempre. Suonare un’armonia di movimenti che svuotavano e riempivano il campo con cadenza continua. Movimento fisarmonica.
Il Napoli ha preso il tricolore perché è stato coro, insieme di voci che ha narrato un’epica calcistica, firmata dall’Omero toscano. È lui che ha creato l’insieme e poi l’ha tenuto insieme, con un filo fatto da semplice regole da seguire. Il merito di Spalletti è ancora a Castelvolturno, dove alla palla oramai ci si parla a velocità superiore per indole, appunto stile. Spalletti ha fatto tanto sul campo, tanto fuori, rendendo gruppo dei ragazzi che non lo erano, e conquistandosi i favori di una piazza difficile, andando contro le asperità del suo carattere e del regnante.
E ora, mentre il sipario si apre sulla nuova stagione e quasi scende sul mercato, il Napoli si presenta come una tela bianco perla, sporco, pronta a ospitare nuove pennellate e cromatismi, nuovi mani che opereranno su tratti ancora visibili. È un’opera in fieri, un’immagine dal futuro incerto, sfocata, la stessa in divenire. Gli azzurri hanno una partitura ma vogliono trascinarla in territori inediti. Rudi Garcia è un direttore d’orchestra diverso da Spalletti, come il sole è diverso dalla luna.
A Roma ha mostrato caratteristiche più affini a Sarri che al tecnico di Certaldo – spiritualmente parlando – balzando da un’ovazione all’altra, finché la scintilla non si è affievolita. Perché Garcia si alimenta come fuoco al vento, è un’entusiasta, un passionale, un lupo. In amichevole lo abbiamo sentito urlare ad Elmas: “Lascia vivere la palla”. È il soul del francese, un’anima animista, uno spirito libero.
Il calcio di Garcia è diverso per questo, non vive di schemi, ma di fiuto, non è collante, ma disgregazione unitaria. Garcia è un uomo che guarda le stelle e sceglie la direzione. Il suo è un calcio astrologico. Richiede ai giocatori una sensibilità e una maturità maggiore, perché chi segue il cielo non ha punti di riferimento, ma non prova paura per questo, né confusione, si esalta nel sentire.
Il pressing non si sente ad esempio, lo si applica. E le fasi di preparazione possono trarre in inganno, ma quel pressing forsennato dello scorso anno sembra già scemato, lasciando spazio a una quiete pianeggiante: non si va incontro al fiume per risalirlo, lo si aspetta. È un aspetto che ci racconta il Napoli embrionale del francese: meditativo. Bisogna sedersi sereni ad un’altitudine intermedia del campo, cedere il controllo agli avversari, non bramarlo come un tempo, possederlo, invece, a tempo debito e farselo bastare.
La costruzione è ancora primaria, ma il palleggio non è più il focus, il cuore pulsante dell’opera. L’attacco non è più pellegrinaggio, ma un assalto della profondità, un’ascensione veloce, un salto audace oltre le linee avversarie, sfidando la stabilità dei difensori, obbligati a pagare pegno per il campo conquistato. Un sistema su misura per Osimhen, anche per il “Cholito” Simeone, forse troppo complesso per Raspadori, giocatore d’associazione, niente affatto barbaro, per degli azzurri da trasferta.
Resta immutata la creatività, lo spirito offensivo, la varietà di soluzioni per attaccare la porta, la ricerca appunto meticolosa del sovraccarico di uno spazio per attaccare l’angolo cieco alle spalle dei difensori, l’infusione dell’ala nell’area per compensare il taglio del centravanti, incanalato verso il primo palo. La dipendenza creativa dal georgiano. Insomma c’è tanto che già c’era.
In soldoni il Napoli di Spalletti era un “Canon in D” di Pachelbel. La tattica suonava come un tema musicale ripetuto e sviluppato in armonia con il complesso delle azioni. Uno schema definito che restituiva una coesione strategica. Simmetria quasi matematica, dove ogni passo era elemento di una composizione più ampia che evolveva con disciplina e rigore.
Garcia vuole gli azzurri in salsa “Bohemian Rhapsody” dei Queen. Una squadra che spazia tra diversi generi e umori, ritmi e stili, agile. Il gioco diventa sinfonia di transizioni veloci e imprevedibili, un’opera che abbraccia la creatività e la spontaneità. Come la voce di Freddie Mercury che guida la canzone attraverso diversi stati d’animo, Garcia guida i suoi giocatori attraverso fasi di gioco emozionali, cercando di prendersi la scena con momenti di eccitazione e sorpresa.
Lo spartito vecchio è lì nelle menti e nei cuori, ma non sarà cartina tornasole dove la libertà e l’indipendenza regneranno sovrane. Se questa fusione – che diverrà con il passare dei mesi “superamento” – tra ciò che è stato e ciò che sarà, avverrà, come crediamo, renderà la libertà ricercata da Garcia non perdita di direzione, ma guidata brillante imprevedibilità. Prima tutti sapevamo cosa aspettarci dal Napoli, domani nessuno dovrà essere in grado di saperlo.
È un progetto ambizioso ma l’unico modo per rubare ai potenti è non farsene accorgere. L’unico errore, per adesso, del nuovo tecnico è stato pronunciare quella parolina lì alla prima intervista.
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