Dal Mandracchio al Maradona, le arene del Napoli
Nella tradizione de “L’Anima di Partenope”, un racconto attraverso le arene che hanno fatto nascere e crescere il Napoli: dai campi improvvisati del porto alle terre battute di Agnano, dai terreni militari di Fuorigrotta fino agli stadi che hanno segnato l’identità calcistica della città.

Ci sono luoghi che non sono semplici campi, ma culle. Terreni sconnessi, polverosi, improvvisati, dove la città ha cominciato a riconoscersi attraverso un pallone. In queste arene primitive – tra il Mandracchio e Agnano, tra il Campo di Marte e i terreni militari del Poligono – il Napoli non esisteva ancora, ma la sua anima sì. Era nelle gambe dei marinai inglesi e nei baffi dei giovanotti napoletani, nelle maglie pesanti e nei palloni di cuoio abrasivo, nelle partite che odoravano di porto e di strada. Prima dei presidenti e degli scudetti, prima degli stadi veri, c’erano questi posti. E sono questi posti che oggi ci portano indietro, là dove tutto è cominciato.
Anche a Napoli, furono gli inglesi ad introdurre il football. Nel 1904, Mr. William Poths (o Potts), impiegato della compagnia di navigazione inglese “Cunard Line”, ex calciatore dilettante di ruolo centrocampista, che millantava di aver giocato nel Genoa), fondò il “Naples Cricket and Football Club”, prima vera squadra di calcio partenopea, di cui, per alcuni anni, fu il primo capitano.
Si cominciò a giocare sullo sconnesso Campo del Mandracchio, ovvero nella zona portuale di Napoli, il Molo Piccolo (oggi il Mandracchio coincide quindi con la zona portuale tra Piazza Municipio, via del Piliero, il Molo Beverello e la Darsena Acton), zona malfamata e sporca, in accese partite tra marinai inglesi e robusti giovanotti napoletani. Non c’erano spogliatoi, ragion per cui i giocatori arrivavano già vestiti e così se ne tornavano a casa. Le maglie erano molto pesanti, i pantaloncini più simili a bermudoni o pinocchietti, le scarpette sembravano quelle correttive che mettevamo da bambini, alte fino alle caviglie, i palloni pesantissimi e di robusto, durissimo ed abrasivo cuoio. In poche parole: avete presente la partita tra scapoli ed ammogliati del Rag. Fantozzi, tratteggiata dalla penna dell’inimitabile Paolo Villaggio? Ecco, appunto, le partite dell’epoca somigliavano molto a quella!
Per cercare una superficie meno sconnessa, alcune partite si disputarono al Campo di Marte, voluto da Gioachino Murat per le parate militari (oggi questa zona si trova nel quartiere di San Pietro a Patierno, ed è identificabile con l’area dell’attuale Aeroporto di Napoli-Capodichino, presso il confine con Poggioreale e Casoria, nella parte nord-orientale della città), ma poi si optò per prendere in fitto (con altre squadre minori come Audax e Juventus Napoli) un terreno militare del Poligono, in Via Campegna, zona Fuorigrotta: si montarono delle porte più consone (rigorosamente a pali quadrati) e si costruì una baracca in legno come spogliatoio.
Intanto, nel 1911 si era costituito anche un secondo club, l’Unione Sportiva Internazionale Napoli. Personaggio “mitico” del Naples di quegli anni fu Michele Conforti, di ruolo portiere: di lui si narra che, ogni volta che l’azione si svolgeva molto lontano dalla sua porta, si sedeva su una sedia portata in campo e conversava con gli spettatori a bordo campo. Nell’ottobre 1912, fu creato un campo ad Agnano (dove oggi c’è l’Ippodromo): inaugurazione in grande stile, con una madrina d’eccezione, la Marchesina Padula, fiori ed immancabile bottiglia di champagne infranta su una delle due porte. Tutti accorsero per assistere alle macchiettistiche evoluzioni di baffuti calciatori con retine fra i capelli e reggicalze: biglietto d’ingresso mezza lira. Talvolta verrà utilizzato anche il campo di calcio presente negli spazi ILVA di Bagnoli. Si arriva, così, al 1922, quando le due principali squadre cittadine si fondono: nasce il Football Club Internazionale Naples.
Ma la vera e propria svolta avverrà nel 1926, grazie a Giorgio Ascarelli, industriale ebreo della filiera tessile, che darà vita all’Associazione Calcio Napoli: l’italianizzazione fu dovuta al Regime Fascista che non tollerava gli anglicismi. Dopo un breve periodo di ospitalità nello Stadio Albricci dell’Arenaccia, si giunse a uno stadio di proprietà, il famoso “Ascarelli” (che, in realtà, si chiamava “Vesuvio”). Fu progettato da Amedeo D’Albora ed edificato, in soli sette mesi, nel Rione Luzzati (la posizione corrisponde all’area tra la piazza Coppola, via Gianturco e i binari FS, zona oggi occupata in parte da edifici residenziali), salito all’onore delle cronache perché lì vi ha ambientato la saga de “L’amica geniale” la scrittrice Elena Ferrante. Nel 1933, dovendosi adeguare l’“Ascarelli” per i Mondiali d’Italia del 1934, il Napoli migrò forzatamente nell’impianto vomerese “Stadio XXVIII Ottobre” anche detto “Littorio” ed oggi denominato “Stadio Arturo Collana”, dedicato ad un grande giornalista sportivo.
Dopo i Campionati del Mondo vinti dall’Italia di Pozzo (1934), il Napoli tornò a giocare nell’ex “Ascarelli” (Giorgio era morto nel 1930 per una peritonite acuta), ribatezzato dal Fascismo “Partenopeo”, in dispregio delle origini ebree dell’imprenditore. I bombardamenti del 1942 distrussero il glorioso stadio; cominciarono così le peregrinazioni del Napoli che, a causa delle vicende belliche, non potè più utilizzare il “Collana” e nell’immediato dopoguerra, giocò perfino nell’Orto Botanico dove c’era un campo con una capienza di tremila persone che si portavano le sedie da casa!
Due gravi sciagure verificatesi nell’impianto del Vomero negli Anni ’50, dove il Napoli era tornato a giocare, convinsero l’armatore Achille Lauro a costruire un nuovo impianto a Fuorigrotta, lo “Stadio del Sole” poco dopo ribattezzato “San Paolo” (il Santo, secondo la tradizione, arrestato a Gerusalemme, giunse in Italia approdando presso Bagnoli, per poi essere condotto prigioniero a Roma). Nel 2020 è stato ribattezzato “Diego Armando Maradona”.
Ripercorrere le arene della nostra storia significa ricordare che il Napoli non è nato in uno stadio, ma in una città. È cresciuto tra campi arrangiati, baracche di legno e porte quadrate, si è fatto spazio tra bombardamenti, migrazioni forzate e sogni industriali. Ogni impianto, dall’Ascarelli al Collana, dal Littorio al San Paolo, ha aggiunto un pezzo alla nostra identità. Oggi che lo chiamiamo Maradona, quel tempio moderno porta dentro cento anni di luoghi diversi, di vite diverse, di palloni che hanno rimbalzato nella polvere prima di trovare l’erba perfetta. Ricordare queste arene non è un esercizio nostalgico: è riconoscere il cammino che ci ha resi ciò che siamo. Perché il Napoli, ovunque abbia giocato, è sempre stato casa.
