San Domenico Maggiore, uno dei luoghi dove nacque il corpo sportivo di Napoli
Nel solco de “L’anima di Partenope”, Giancamillo Trani ci riporta tra le pietre secolari di San Domenico Maggiore, tempio d’arte e sapere, dove prese forma anche una nuova educazione del corpo. Qui mosse i primi passi una delle più antiche e gloriose società sportive napoletane, la Virtus Partenopea, contribuendo a costruire una cultura sportiva fatta di disciplina, identità e partecipazione.

L’arte, a Napoli, non è mai stata solo contemplazione. Tra le pietre solenni della chiesa di San Domenico Maggiore, spazio di fede, sapere e bellezza, il corpo ha imparato a muoversi, disciplinarsi, superarsi. È lì che l’armonia architettonica ha incontrato il gesto atletico, trasformando la pratica sportiva in educazione, identità e cultura condivisa. Dove l’arte custodiva lo spirito, lo sport ha insegnato a farlo camminare.
A giudizio di chi scrive, la più bella chiesa partenopea, San Domenico Maggiore – nel XIX secolo – visse una storia alquanto travagliata. Nel 1812, Gioacchino Murat (bonapartista, giacobino ed anticlericale) requisì una consistente area dell’insula domenicana, eleggendola a sede d’una scuola di arti e mestieri ed a depositi. All’atto della Restaurazione, con il ritorno dei Borbone sul trono di Napoli, i domenicani ne rientrarono in possesso, per riperderla – stavolta definitivamente – con l’avvento dell’Unità d’Italia.
Proprio nel primo ventennio unitario il governo sabaudo metterà mano ad una serie di processi legislativi che rifonderanno la scuola italiana, ivi compresa anche l’introduzione della ginnastica educativa, attraverso la promulgazione della Legge n° 4442 del 7 luglio 1878, che la rendeva obbligatoria nelle scuole di ogni ordine e grado, istituzionalizzandola nel sistema scolastico italiano.
E qui rifulge la figura di Alessandro La Pegna (1837 – 1898), originario di Terra di Lavoro, ex militare, che introdusse, a Napoli, la ginnastica a livello popolare, e che fu maestro e collega di alcuni tra i più celebri ginnasiarchi italiani, fra i quali Rosa de Marco e Ferdinando Abbondati.
Nel 1866, nell’insula domenicana di cui innanzi, il La Pegna fondò la Palestra Centrale di Napoli, una struttura all’avanguardia, al punto che lo stesso Ministero della Pubblica Istruzione riconobbe la struttura come «…la più completa palestra di ginnastica d’Italia dopo quella di Torino…» (laddove si era formato lo stesso La Pegna). In origine la mission della Palestra Centrale era quella di diffondere la ginnastica e formare i futuri insegnanti di educazione fisica. Tra i praticanti, anche il napoletano Armando Diaz, futuro militare e Ministro della Guerra del Regno d’Italia.
Intanto, andava consolidandosi lo spirito agonistico, unitamente ad una concezione della pratica sportiva volta al superamento dei propri limiti: proprio per assecondare queste nuove tendenze, pur senza l’approvazione del M° La Pegna, nel 1890 nacque la Società Ginnastica Partenopea. Gli atleti partenopei, formati a S. Domenico Maggiore, cominciarono a prendere parte a kermesse nazionali, conseguendo diversi successi. Non a caso, nel 1892, il celebre giornalista Eduardo Scarfoglio dedicò alla Società Ginnastica Partenopea un editoriale sul quotidiano “Il Mattino” di Napoli, dal roboante titolo: “I Trionfatori!”. Il tutto fu suffragato dalla nascita della Federazione Ginnastica d’Italia e l’organizzazione dei primi Giochi Olimpici moderni nel 1896, svoltisi ad Atene. Il sodalizio partenopeo si distinse anche nell’organizzazione di eventi a carattere nazionale quale – ad esempio – il I Convegno sull’ Educazione Fisica, che si tenne nell’Aula Magna del Convitto Vittorio Emanuele il 10 maggio 1900.
Fu anche in quel clima fervido che la Società Ginnastica Partenopea, oltre a diffondere la cultura ginnica, introdusse a Napoli uno sport allora nuovo ma destinato a diventare identità collettiva: il calcio. All’inizio del Novecento, tra esercizi, gare e spirito associativo, i ginnasti partenopei parteciparono anche alla Coppa Salsi, competizione pionieristica del football cittadino, che nel 1911 fu vinta dal Naples Football Club, primo trofeo assoluto della storia calcistica napoletana.
Il clima da Belle Époque e da “Amore e ginnastica” (romanzo breve di Edmondo De Amicis portato sul grande schermo da Luigi Filippo D’Amico) venne letteralmente sconvolto dal I° Conflitto Mondiale, che si portò via “la meglio gioventù” dell’epoca, ragion per cui non ci fu molto tempo da dedicare allo sport.
Dopo alcuni interventi strutturali, volti ad apportare migliorìe, la Società Ginnastica Partenopea visse un periodo interlocutorio, dovuto anche alla concorrenza con l’Atletica Virtus, nata nel 1910, con sede in Corso Vittorio Emanuele n°487 e più votata all’atletica, alla pesistica ed alla lotta greco – romana. Temendo di perdere parte delle proprie autonomie in seguito alla nascita dell’Ente Nazionale Educazione Fisica, voluta dal Fascismo nell’ambito della Riforma Gentile del 1923, le due società – nel 1928 – si fusero dando vita ad un nuovo sodalizio, la Partenopea Virtus.

Nel 1943 la palestra fu devastata dai bombardamenti ed occupata in parte dal contingente americano: alcuni soci salvarono coppe e trofei ma, purtroppo, andarono perduti la gloriosa bandiera ed il labaro.
Nel 1954, nuovo cambio di denominazione: nasce la Virtus Partenopea che introduce anche arti marziali e body building. Nel 1990 verrà celebrato il centenario dalla fondazione. Oggi la Virtus Partenopea conserva le tradizionali discipline, cui si sono aggiunte pallavolo e calcetto.
L’assenza dello scopo di lucro, all’interno degli statuti, garantisce continuità con i nobili principi ispiratori dei fondatori.
