Gli infiniti successi di Giuseppe Ammaturo

Trentanove anni di servizio come cassiere alle poste abbinati alla passione per il calcio; oltre ventitré campionati vinti e scopritore di talenti. Questa è la storia di Giuseppe Ammaturo, dirigente sportivo tra i più importanti del panorama campano.

Articolo di Salvatore Esposito25/01/2022

Trentanove anni di servizio come cassiere alle poste abbinati alla passione per il calcio; oltre ventitré campionati vinti e scopritore di talenti come Biagio Meccariello, ora difensore della SPAL, Paolo Di Lena del Cagliari, e l’ex Parma e Novara, Angelo Tartaglia. Questa è la storia di Giuseppe Ammaturo, dirigente sportivo tra i più importanti del panorama campano. L’amore incondizionato per il mondo dilettantistico e la sua bontà d’animo hanno reso Ammaturo un punto di riferimento per i giovani giocatori della Campania.

“Il mio primo campionato l’ho vinto a 26 anni con il Montecalvario. Pareggiammo col Marano al campo di Acerra”, esordisce Ammaturo. In quella stessa giornata l’Italia vinceva 4 a 1 contro il Messico. “Allora non esisteva il ruolo del direttore, ed io ero il segretario”.

La breve ma dolce esperienza col Montecalvario è stato sia un percorso di cuore, essendo la squadra del quartiere di Giuseppe, ma anche un trampolino di lancio: “Ho avuto la fortuna, lì, di portare in squadra uno che ha poi giocato in Serie B e in Serie C, ossia Gianfranco Lusuardi”. Solamente l’anno successivo, nel 1971, inizia il suo percorso da stipendiato.

Acquistato dall’Aversa, poiché richiesto fortemente dall’allora allenatore Carmine Tascone e dal presidente Cecco Cannavale, Ammaturo resta lì per 4/5 anni. Tra trionfi e soddisfazione, Giuseppe passa al Vomero con Pasquale Cannavaro, padre di Fabio e Paolo, nel campionato di Promozione: “era il massimo campionato dilettantistico (quello che precedeva la Serie D semi-professionisti) ma non vincemmo nulla”. L’idea di Ammaturo, però, era sempre la stessa: portare in squadra calciatori giovani, motivati e soprattutto forti. Grazie al dirigente arrivarono giocatori del calibro di Antonio Sica.

Una delle esperienze ricordate con più piacere fu quella al Sorrento, con Canè allenatore. La squadra di Ammaturo fu promosso dalla C1 alla C2: “Ci giocammo la promozione con il Frosinone di Zeman e Schillaci”. Conclusa l’esperienza rossonera, Giuseppe è stato al San Giuseppe, trionfando in campionato, e a Somma Vesuviana, in cui vinse due campionati, portando la squadra in Quarta Serie (l’attuale Serie D). “Andai poi al Pomigliano del grande presidente Nunzio Recano, nonché proprietario de La Nuova Lince (Istituto di Vigilanza) e vinsi il torneo di Quarta Serie”.

Insomma, ovunque Ammaturo mettesse piede, è lì che si vinceva. Intanto amici e colleghi lo chiamavano per chiedere consigli. Lui, da amante del calcio, non si è mai tirato indietro.

Qualche anno più tardi fu chiamato dall’Ottaviano ultimo in classifica. Accettò l’ardua sfida. Grazie alla sua esperienza, ma anche al carisma che motivò i suoi ragazzi grazie al discorso del giovedì, la squadra si salvò con due giornate d’anticipo. “Io e l’allenatore Mimì Gargiulo facemmo uno sforzo immane. Non avevamo nemmeno il campo”.

Ma una delle tappe più importanti per Giuseppe fu al Sant’Antimo, in Serie D: “Sono stati anni bellissimi. Riuscimmo a dare Di Lena al Cagliari, Abate al Foggia, Marchetti al Montevarchi”.

L’occasione Empoli

“Un giorno mi chiamò Silvano Bini che mi chiese di collaborare con lui all’Empoli. Tornai a casa e ne parlai con mia moglie. Le spiegai dell’occasione. Lei mi convinse a restare a Napoli, anche perché desiderava tanto stare accanto alla famiglia. Telefonai l’allenatore toscano e rifiutai l’offerta. Non ho rimpianti. Fu una scelta di cuore”.

Oltre ai trionfi della sua splendida carriera, la vittoria di Giuseppe Ammaturo è quella di aver dato una chance ai giovani calciatori campani. Oggi, 72enne, è ancora un punto di riferimento nel panorama dilettantistico. “Molti si ricordano di me. Ho dato loro occasioni importanti ed ancora oggi mi ringraziano. È questa la soddisfazione e la gratitudine più grande per me”.