Il mio San Paolo non c’è più. Ma può tornare

"Frattaglie – Il pallone visto dal lato storto", la rubrica dissacrante e appassionata in cui Vincenzo Imperatore osserva il calcio con ironia, memoria e sguardo da tifoso, questa settimana racconta l’imborghesimento del tifo al San Paolo–Maradona e il bisogno, oggi più che mai, di ritrovare il vecchio boato di Fuorigrotta.

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Articolo di Vincenzo Imperatore06/11/2025

Avevo sei anni quando entrai per la prima volta al San Paolo. Era il 1969, e quello stadio mi sembrò una città dentro la città: un luogo dove il tempo si fermava e l’aria vibrava di un’energia che non avevo mai respirato prima. Da allora, stima prudenziale, avrò visto almeno ottocento partite a Fuorigrotta. Ottocento volte lo stesso batticuore, lo stesso rito: il pre-partita, i cori, il boato che ti scuoteva le ossa e ti faceva sentire parte di qualcosa più grande di te.

Il San Paolo — oggi Maradona — non era solo uno stadio. Era un corpo vivo, un animale che si muoveva e reagiva con la squadra. Quando il Napoli attaccava, il rumore cresceva come un’onda; quando difendeva, tratteneva il fiato con ottantamila petti. Era il dodicesimo uomo in campo, e spesso anche il tredicesimo, il quattordicesimo, il quindicesimo.

Oggi, invece, è cambiato tutto.
Lo stadio non spinge più: osserva. La bolgia si è fatta educata, il coro si è trasformato in sottofondo, la passione in coreografie. A cantare e incitare per novanta minuti non sono più di duemila, gli irriducibili delle curve, quelli che continuano a vivere il calcio come una promessa collettiva.

Il resto dello stadio — diciamolo — si è imborghesito.
E non è colpa dei turisti, che pure sono sempre più presenti (ma rappresentano al massimo il 10% del pubblico). È colpa nostra, dei napoletani che allo stadio cerchiamo la “esperienza” più che l’appartenenza: il posto comodo, la foto da postare, il mugugno elegante.

Un tempo, chi veniva a Fuorigrotta sapeva che avrebbe trovato una bolgia. Adesso trova un’arena.
E così il Maradona, da cuore pulsante, è diventato salotto.
Si applaude con misura, si canta con cautela, si soffre in silenzio.

Forse è il prezzo del progresso, o della modernità.
Ma chi, come me, ha vissuto quel rombo che partiva dalle curve e si arrampicava fino al Vesuvio, sa che qualcosa si è perso per strada.
Perché oggi, anche quando il Napoli segna, il boato non scuote più la città: si limita a vibrare in un video da trenta secondi, pubblicato con l’hashtag #ForzaNapoliSempre.

E forse, oggi più che mai, il Napoli avrebbe bisogno proprio di quello: di ritrovare il suo popolo, il suo boato, la sua voce. Perché questa squadra — con i suoi limiti, le sue incertezze e le sue rinascite — non ha bisogno di spettatori, ma di complici.

Servono di nuovo i battiti delle mani che non si stancano, i cori che partono spontanei, le gole che si spezzano per un incitamento. Servono meno selfie e più appartenenza, meno comfort e più cuore.

Perché il Maradona, quando vibra davvero, non è uno stadio: è una promessa.
E adesso, quella promessa, va mantenuta.

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