“Non accompagno il morto”: Conte, il change management e quelli che non comandano manco il telecomando a casa loro
"Frattaglie – Il pallone visto dal lato storto", la rubrica dissacrante e appassionata in cui Vincenzo Imperatore racconta il calcio con osservazioni sparse, provocazioni e lo sguardo libero del tifoso, questa settimana parte da una frase di Antonio Conte per smontare l’indignazione di chi ne ha giudicato le parole senza aver mai diretto un gruppo di lavoro, e spesso a casa propria non riesce nemmeno a comandare il telecomando.

Dopo Bologna, Conte pronuncia la frase che ha scandalizzato mezzo mondo: «Non accompagno il morto». Apriti cielo. Improvvisamente orde di esperti di “gestione dei gruppi”, che nella vita reale faticano a organizzare persino un giro di pizze tra amici, decidono che è “una mancanza di rispetto”, “comunicazione sbagliata”, “inutile durezza”.
Il dettaglio irrilevante è che molti di loro non comandano manco a casa loro, ma si sentono autorizzati a spiegare a Conte come si gestisce uno spogliatoio.
Qui bisogna dirlo chiaro: quella frase, nel linguaggio di chi dirige davvero persone, non è uno sfogo casuale. È un dispositivo. Una leva. Un grilletto psicologico. Nella letteratura manageriale (quella che i critici di Conte non hanno mai sfogliato, perché impegnati a postare su X) si chiama creare senso di urgenza.
Tradotto in linguaggio semplice: se un gruppo si sta adagiando, se si piange addosso, se ogni sconfitta diventa “sfortuna” e mai responsabilità, il primo compito del capo non è consolare, ma rompere l’incantesimo. Tagliare la narrazione vittimistica. Dire: basta. Così non va. Non vi porto alla processione funebre, dovete decidere se volete vivere o restare stesi.
Conte quella frase non la dice per andare virale. La dice per colpire il suo vero pubblico: lo spogliatoio. I giocatori sanno benissimo che non sta insultando nessuno in particolare, sta disegnando un bivio collettivo: o restiamo un gruppo che si trascina come un morto, oppure qualcuno alza la testa e reagisce.
Non è poesia, è ingegneria dei comportamenti.
Nel management questo momento ha un nome preciso: rottura dello status quo. È la fase in cui il leader smette di raccontare la favola del “siamo forti, tutto si aggiusta” e mette la squadra davanti allo specchio. È scomodo, è duro, fa arrabbiare qualcuno. Ma senza questa frattura iniziale il cambiamento non parte.
La frase “non accompagno il morto” è esattamente questo: la dichiarazione che il capo non è disposto a farsi trascinare giù da un gruppo che non reagisce.
Chi ha davvero guidato un reparto, un’azienda, una squadra, lo ha già visto: quando le cose vanno male tutti vogliono un capo “empatico”, “inclusivo”, “comprensivo”. Traduzione: uno che non disturba il sonno tranquillo degli alibi. Ma se un capo si limita a capire, comprendere, abbracciare, senza mai scuotere, si ritrova in mano un gruppo fragile, che si scioglie al primo problema serio.
Conte sceglie la strada opposta: niente accompagnamento del morto, semmai tentativo di rianimazione violenta.
Dal punto di vista manageriale, la sua uscita fa tre cose allo stesso tempo:
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Spazza via l’autocommiserazione: toglie l’alibi del “siamo poverini, tutto ci va storto”.
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Riallinea le responsabilità: non è “sfortuna”, non è “il calendario”, non è “l’arbitro”. È il gruppo che non sta performando.
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Ridefinisce il ruolo del leader: il capo non è il becchino che accompagna il feretro, è il medico che dice al paziente di smettere di fumare, bere e mangiare male se vuole campare.
Il problema è che una parte del dibattito calcistico si è appiattita su un’idea infantile di leadership: il mister deve essere una via di mezzo tra un motivatore da corso aziendale low cost e uno zio simpatico. Se alza il tono, è “aggressivo”. Se usa parole dure, è “divisivo”. Se mette il gruppo davanti alle proprie responsabilità, è “un problema per lo spogliatoio”.
Tutto, purché non si dica la verità più scomoda: un capo, se fa davvero il capo, a volte deve far male per far bene.
Il calcio qui è solo il palcoscenico. Conte applica strumenti che qualsiasi manuale serio di gestione del cambiamento ti spiega: senso di urgenza, rottura delle narrazioni consolatorie, definizione netta di cosa è accettabile e cosa no.
Non sta parlando ai tifosi, non sta parlando ai commentatori, non sta parlando ai moralisti da divano. Sta parlando alla sua squadra. Il resto è rumore.
Chi non ha mai diretto un gruppo trova comodo indignarsi. È più facile giudicare la frase che studiare la tecnica. Ma chi un gruppo lo ha gestito davvero, in azienda o nello sport, sa riconoscere la logica: quando le energie si abbassano, quando l’ambiente si abitua alla mediocrità, il leader deve tirare una riga. Dire: “Io, così, non vi porto da nessuna parte. O vi rialzate, o restate qui. Ma non vi accompagno al funerale”.
In sintesi, la frase di Conte non è mancanza di rispetto. È un atto di responsabilità.
Lui rifiuta il ruolo di accompagnatore del morto perché vuole testare chi, dentro quel gruppo, ha ancora voglia di essere vivo.
Poi si può discutere sul linguaggio, sul tempismo, sull’opportunità di dirlo davanti alle telecamere. Legittimo. Ma scambiare quella frase per “sfogo isterico” è la conferma di un dettaglio: molti di quelli che parlano di “gestione del gruppo” non hanno mai avuto la responsabilità reale di tenere insieme persone, ego, pressioni e risultati.
Commentano la leadership come si commenta una serie TV. Solo che nello spogliatoio, come in azienda, non basta fare binge watching. Bisogna saper tenere in mano il comando. Anche quando il gruppo assomiglia parecchio a un morto.
