“Volevano darmi fuoco e nessuno mi ha soccorso”: All’Arechi non ha perso solo il calcio

Emiliana Frigenti, la madre e Giovanni Rea ci hanno raccontato quanto accaduto all'esterno dello Stadio Arechi.

Salernitana, ArechiFoto Mosca
Articolo di carloiacono02/11/2021

© “ARECHI” – FOTO MOSCA

Mancavano poche ore al derby campano tra Salernitana e Napoli e un audio shock di un presunto tifoso granata creava timori nel popolo partenopeo. Si parlava di aggressioni promesse ai tifosi azzurri, dell’applicazione di un violenza bruta ai danni degli odiati rivali.
Famiglie intere erano in agitazione per quello che sarebbe potuto accade sugli spalti e all’esterno dello Stadio Arechi all’indomani. Erano dichiarazioni false quelle, siamo poi venuti a sapere, lo scherzo di uno scellerato. Che sollievo!

Post-partita i maggiori quotidiani nazionali e locali hanno potuto dirsi contenti, perché quella sfida aveva fatto parlare solo il campo e non gli spalti, non i gruppi ultras. “Nessuno scontro da registrare” è stato scritto. “Solo qualche piccolo battibecco”, “Una ragazza è stata soccorsa”, per il resto nulla da segnalare. Insomma sembravamo essere dinanzi alla vittoria del calcio e del sano campanilismo, come se in questo Paese fossimo capaci di tale civiltà.

Poi, abbiamo scoperto che forse qualcosa ci era stato nascosto, che qualcuno ha badato ad una certa immagine da salvaguardare, mettendo l’umanità sotto i tacchi di un finto decoro di cui pavoneggiarsi. Abbiamo scoperto che quella ragazza, sì, è stata soccorsa, ma solo dopo aver subito la vergogna e la violenza, solo dopo essere stata in pericolo di vita, dopo aver vissuto il panico e l’indifferenza.

Quella ragazza ha un nome. Si chiama Emiliana Frigenti e non era sola allo Stadio Arechi, era in compagnia di un collega e sua madre. Avevano intenzione di passare una bella domenica, all’insegna dello sport e della famiglia, dell’affetto e della passione. Non sapevanonon potevano – immaginare che sarebbero stati dati in pasto ai leoni, gettati nella fossa e presi per i capelli. Non sapevano – non potevano – immaginare che un impianto sportivo possa assumere le fattezze di un gogna, dove gli occhi e le braccia di chi è spettatore restano immobili ad osservare uno spettacolo atroce.

Emiliana, sua madre e il collega, a metà pomeriggio con biglietti e green pass alla mano cercavano l’entrata per raggiungere i distinti. Sono arrivati ai tornelli per chiedere informazioni, lo hanno fatto con la voce di chi si affida al prossimo per districarsi tra i percorsi delimitati d’accesso ad un impianto, ma quella stessa voce è stata ritenuta sbagliata da chi l’ha ascoltata. In quella voce un gruppo di tifosi granata prossimo agli addetti alla sicurezza ha percepito l’accento napoletano. Il profumo del nemico, l’odore del sangue e delle prede.

Davanti agli occhi di quei facinorosi tre persone per bene sono state identificate come capro espiatorio di un popolo odiato. Tre persone per bene sono diventate gli “altri” da aggredire. Hanno cominciato a rincorrerle, ad inveire. Emiliana, sua madre e Giovanni, hanno avvertito il pericolo sin da subito, hanno accelerato il passo, cercando riparo, perché la situazione non prometteva bene. C’erano dei poliziotti, c’erano tanti poliziotti, eppure le urla acute di una ragazza terrorizzata non hanno trovato destinatario. Nemmeno le movenze del panico – e dopo le botte – hanno distolto gli sguardi. Forse i caschi blu funzionano da tappi per le orecchie, e gli occhiali protettivi come prosciutto sugli occhi.

Emiliana, sua madre e l’uomo sono stati accerchiati. Attaccati, messi all’angolo. Li hanno colpiti, con pugni e calci, gli hanno tirato capelli e sigarette. “Volevano farmi prendere fuoco” ci ha detto Emiliana, e quasi ci sono riusciti.  Perché i tre erano inermi, indifesi, quasi come se affogassero e nonostante vedessero la luce non avevano modo di venire fuori dall’acqua. Anzi dal mare di violenti (“un numero indefinito di persone”) li a tartassarli, a compiere un atto vile e vergognoso dinanzi alle autorità. “Più chiedevamo aiuto, più ci sentivamo avviliti. A pochi passi da noi due poliziotti, a meno di 20 metri una camionetta con uno squadrone. Eppure nessuno ci ha soccorso, ci ha dato riparo. Nessuno, come se nulla stesse accadendo”.

Solo gli steward ad un certo punto hanno capito che quei ragazzi potevano anche morirci lì su quell’asfalto, sotto quella macchia granata sangue. Li hanno presi propriamente di peso, creato un cordone, aperto un varco e portati in salvo, all’interno dell’impianto. È stato in quel momento, che quei due, quei due poliziotti hanno deciso che forse dovevano capirci qualcosa di quella vicenda, che forse sarebbe stato il caso di intervenire. A violenza terminata. Così mentre Emiliana si spogliava (“quasi mi denudavo”) per liberarsi dagli indumenti in fiamme, e il collega e la madre ottenevano le prime cure dagli infermieri presenti, hanno ben deciso di chiedere all’uomo i documenti per riconoscerlo. Lui grondante, tumefatto, era stato individuato come colpevole dell’accaduto, sembra facile ironia ma è assurdo che non lo sia. I tre hanno dovuto anche difendersi. Come potevano una ragazza, una signora e un solo uomo aver acceso una rissa?

Non potevano. Cosi come i due poliziotti, allora, hanno deciso che non potevano far più niente. Sono andati via, chiedendo agli steward il piacere di accompagnarli al piano superiore, ai distinti, al loro posto. Un posto che non aveva più interesse, per tre persone che volevano solo sentirsi al sicuro. Al sicuro da quelle bestie – altri tifosi presenti – che continuavano a passare dappertutto e ad urlare il termine “mentalità”. Ciò che gli era accaduto era del tutto normale, come avevano potuto pensare dei napoletani di venire all’Arechi, era quello che si meritavano. Anzi, forse, meno di quello che si meritavano, perché nel frattempo si passavano una voce: ci sono tre da pestare.

Gli steward hanno accompagnato Emiliana, sua madre e l’uomo, nel settore Distinti e sopra le scale ad aspettarli, infatti, c’erano gli altri per consegnargli il resto. Lì c’erano altri poliziotti, e anche loro hanno ritenuto che non fosse il caso d’intervenire, sono stati gli steward a capire che la situazione era diventata ingestibile, che quelle persone erano in pasto agli squali e se non le si tirava fuori finivano per essere azzannati. Hanno aperto un ennesimo varco e li hanno spinti nell’area Nord, quella interdetta al pubblico, dove Emiliana ci ha detto di aver incontrato “l’unico angelo salvatore” il Dott. Ingenito, dirigente della polizia di Nocera Inferiore, che li ha fatti trasportare in Ospedale.

Ospedale luogo di pace, lo era in tempo di guerra, oggi non c’è rispetto nemmeno lì. L’Odissea horror dei tre era ancora lontana dal finire. Dopo aver ottenuto cure e prognosi, hanno dovuto ingoiare anche le maldicenze di alcuni supporter presenti al Pronto Soccorso, e l’amarezza di non poter tornare a casa prima che la situazione di calmasse.
“Siamo andati via alle 23. Non potevamo uscire dall’Ospedale. C’erano macchine dei salernitani ovunque, tafferugli per le strade, in Autostrada”.

L’Autostrada che poi l’ha portati finalmente a casa. Emiliana, sua madre e Giovanni, credevano di ritornarci felici, dopo aver guardato il Napoli, gioito per i loro calciatori preferiti e per la compagnia degli affetti più cari, portando con sé solo emozioni positive. E, invece, hanno dovuto contare solo i segni, e le cicatrici. Le botte sulla schiena e sui nasi. La difficoltà mentale di superare quei momenti di terrore, “più passa il tempo, più accusiamo i colpi”.

Oggi, solo oggi, sono stati chiamati dalla Digos, che avrà osservato i video di ciò che è accaduto all’esterno dell’Arechi. Domani, mercoledì, si presenteranno ai dirigenti e chiederanno l’acquisizione dei filmati per sporgere un esposto. Domani si presenteranno a quelle autorità che avevano il sacrosanto diritto di intervenire e proteggerli.

Domani proveranno a mettere la parola fine ad una storia che non avremmo mai voluto raccontarvi. Ma la vittoria della civiltà, la bandiera della civiltà va sventolata solo quando c’è il giusto vento che l’agita. Non c’è un’immagine da salvaguardare, se prima non sono salvaguardate le persone. Tre persone che hanno rischiato la vita e non è possibile che tale condizione corra a braccetto con il calcio: un gioco. Quello che loro hanno passato non lo è stato un gioco e speriamo che questa vicenda possa rendergli giustizia.

Speriamo di fare la nostra piccola parte per schierarci contro l’indifferenza, la mancanza di umanità e empatia, la violenza bruta e la vergogna, che abbracciano e segnano troppo lo sport perché esso non è altro – in fin dei conti – che figlio della società. La nostra società malata, la quale senza denuncia merita di morire.