È stata la mano di Spalletti

È stata la mano di Spalletti, ma nella notte di Diego ci si può lasciare andare e pensare che sia stata che sia stata quella di Dio - o D10S.

È stata la mano
Articolo di carloiacono29/11/2021

©️ È STATA LA MANO DI DIO, “STADIO MARADONA” – FOTO MOSCA

È stata la mano di Dio. Questa è la spiegazione che si è data la maggioranza dei tifosi presenti ieri allo Stadio alla più bella prestazione – sinora – dell’epoca Spalletti. È il Dio di Sorrentino quello di cui si parla, il nuovo Dio della città dagli anni ’80, quello raffigurato come un ragazzo argentino riccioluto, dal ghigno tagliente, la personalità straboccante e un sinistro fantascientifico. E, in effetti, come dargli torto a quei tifosi.
Il nuovo film del regista napoletano disarma per il potere evocativo che emana dallo schermo fino a sollecitare ogni minima traccia di napoletanità che c’è in te, e, ieri, al Diego Armando Maradona abbiamo avuto prova della realtà da cui ha tratto energia: un popolo che ha scelto la propria religione.

Egoisticamente quando sposiamo una fede lo facciamo per ricevere in cambio qualcosa: la pace eterna, un miracolo, supporto. Ma la riscossione è di dubbia riuscita. È qui che c’è sempre stata la novità del D10S pagano, del D10S azzurro, a chi gli ha creduto, lui ha sempre restituito: due scudetti, la rivalsa sul Nord, rappresentazione e appartenenza. Lo ha fatto prima di salire in cielo, ma da lì sopra ieri aleggiava su Fuorigrotta, sul suo tempio, sulla gente che inneggiava a lui e si lasciava andare ad un’ultima preghiera: veglia su di noi e permettici di onorare la tua memoria con un trionfo che manca dalla tua discesa. In quella notte il Napoli ha superata la Lazio per 4 a 0, risultato tondo come ai tempi del tango, maturato – anche – attraverso un gol al decimo siglato da D.M., che vuol dire primo posto in solitaria. È stata la mano di Dio. 

Andare contro questa verità ha il sapore del sacrilegio e della profanazione, ma sappiamo l’uomo quanto sia suscettibile e non è detto che le suggestioni – in questo caso – non possano che far solo del bene. Che male c’è nello scambiare una mano? Dire Dio e non dire Spalletti.

Diciamolo, ieri gli azzurri hanno asfaltato i biancocelesti, ed è stata la mano di Spalletti. 
Lo avevamo visto arrabbiato post Spartak, c’è da giurare che abbiamo fatto tremare i muri – prima in Russia e poi a Castelvolturno. 
C’è da giurare che – senza alcuna carità cristiana – abbia messo i giocatori dinanzi alle proprie responsabilità: abbiamo un’enigma e va risolto.
 “Allora senza Anguissa, Osimhen, Politano, Ounas, ecc., andiamo a fare la figura dei polli in giro per l’Italia e l’Europa?”, è stato il senso dei suoi discorsi. Tirate fuori gli attributi, la chiosa. Ha filosofeggiato poco, perché è arrivato diretto ai suoi uomini, i quali appena hanno messo il piede in campo hanno dimostrato di aver recepito “sollecitazioni” e piano gara.

Il Napoli ha messo le mani in gola alla Lazio, ha stretto fino a soffocarla: 1, 2, 3, 4 per lasciarla a terra. Per gli uomini di Sarri non c’è stata partita, sono stati travolti da un volume di gioco grosso quanto il mare il tempesta, da una qualità imbarazzante e da una precisione da Sniper.
La mano di Spalletti ha sottratto le munizioni all’ex Comandante, ha sostituto i proiettili biancocelesti con bandierine con su scritto “BANG” in stile The Mask. La difesa non ha potuto costruire dal basso, le mezzali inserirsi, Immobile cercare la profondità. Il Napoli veniva a prendere gli avversari altissimo, Insigne e Lozano seguivano fino all’area di rigore Milinkovic e Luis Alberto, Lobotka era guardiano della galassia in mediana. Lobotka?!?!

E poi chi di coltello ferisce, di coltello perisce. Quindi vai di possesso, ma di possesso veloce, ritmato. Vai di movimenti forsennati, premiati da cambi di gioco millimetrici che rendevano la difesa avversaria zattera per affrontare il diluvio universale. E ancora, inserimenti da destra come ci fosse ancora Callejon, Mertens centravanti e in stato di grazia, reti da madre de Díos. Dopo solo accademia per raggiugnere l’apoteosi, il primo posto in classifica, i sogni. 

È stato la mano di Spalletti, ma fa niente, nella notte di Diego ci si può lasciare andare e pensare che sia stata quella di Dio – o D10S.
Di certo, Sorrentino ha raccontato la vita della città segnata dall’arrivo di Maradona, noi stiamo vivendo quella segnata dalla sua “partenza” e sembra possa essere tutto uguale: l’emozione, il finale.