Ci siamo dimenticati di Gattuso

Gattuso ha smesso di giocare da nove anni, ha allenato due top club, ma le esperienze in panchina non mi hanno fatto ricordare di lui. Perché?

Gattuso
Articolo di carloiacono09/01/2022

9 gennaio 2022

Questa mattina ero intento alla mia personalissima rassegna stampa. Tra i titoli e le notizie, mi è balzato alla vista il compleanno di Gennaro “Ringhio” Gattuso, la sua nascita, esattamente 44 anni fa.
Ho sorriso, perché quel nome mi ha rimandato ad immagini dolci, ad un giocatore con una carica agonistica ed una personalità di quelle che non se ne fanno più.

“Ringhio”, Gattuso era eccezionale, un centrocampista grintoso, forte, un ruba palloni, rendeva le sue squadre differenti. I “suoi” Milan erano pieni zeppi di palloni d’oro e potenziali tali: Ševčenko, Kakà, Ronaldo, Maldini, Rui Costa, Rivaldo, Robinho, Nesta, Seedorf, Pirlo, Cafu, Beckham, Ronaldinho. Eppure, anche se qualcuno di quelli restava fuori per staffetta o turn-over, nell’undici titolare non mancava mai l’uomo di Corigliano. L’equilibratore umorale e tattico della squadra.

Come dimenticarsi le sue pazze scivolate, le spinte, le mani addosso, le urla, i suoi gesti plateali. Quella volta che andò muso a muso con Cristiano, sbarbatello allo United. E, poi, il Mondiale, gli schiaffi a Lippi, la gioia di aver colorato di azzurro il cielo di Berlino. Come dimenticarselo. E, come, in qualche modo l’abbiamo fatto. Perché personalmente, ogni ricordo di lui è legato al campo. Ha smesso di giocare da nove anni, e ha allenato due top club, prima il Milan e poi il Napoli, ma queste esperienze sono state solo tra le ultime cose che ho ricordato di lui. Perché?

Come ci si ricorda di un allenatore?

Questa è la domanda che mi sono posto. Perché un allenatore ci prende il cuore? Perché ad esempio Gattuso è riuscito a farlo dal campo e non dalla panchina. La prima risposta che mi sono dato è stata: un tecnico per imprimere il suo nome sulla storia o deve vincere, oppure creare qualcosa di innovativo, di unico, essere il portabandiera di un’identità tattica riconoscibile. È una dicotomia che rimanda un po’ alle classiche fazioni dei giochisti e dei risultatisti. Una dialettica che ci aiuta. Da una parte Allegri, Mourinho, Ferguson, Lippi, Capello, dall’altra Guardiola, Klopp, Michels, perché no, Zeman, Ten Hag. Vinci o stupisci. Bene, dove mettiamo Gattuso?

Lui un suggerimento ce l’ha dato, perché gli si può dire tutto, ma di certo non è uno di quegli allenatori che in conferenza “maschera”. Non ha filtri, non è mai stato uno da Instagram. Ha detto, sin da subito, chiaramente di vedersi un tecnico alla Sarri, uno da sistema, che ad una squadra pensante, ne preferisce una indottrinata. Nella sua idea di calcio si parte dal basso, si consolida il possesso e si sviluppa per triangolazioni, fino a trovare lo spazio giusto in cui inserirsi e bucare gli avversari. Tiki-Taka docet. Peccato che “Ringhio” si sia tradito, venduto, piegato, fate un po’ voi.

Le due esperienze più importanti

Basta guardare le sue esperienze più importanti che, vi meraviglierete, sono anche “dannatamente” simili. Gattuso ha preso il Milan sollevando Montella a fine novembre 2017, e poi il Napoli, sostituendo Ancelotti a dicembre 2019: il timing è identico. Lo è – in qualche modo – anche l’evoluzione tattica delle sue squadre.

Dal primo giorno a Milanello, prima, e a Castelvolturno, poi, ha lavorato in maniera dogmatica: 4-3-3 scritto sulla lavagna, possesso palla da adulare fino al fanatismo. Finale di Coppa Italia – rigorosamente contro la Juventus – raggiunta col Milan e col Napoli al primo colpo (la seconda l’ha vinta). È arrivata, poi, la seconda stagione, ha dovuto far fronte ad alcuni cambiamenti nell’organico e nel progetto, e ha deciso di modificare l’assetto delle proprie squadre, sia in termini di modulo che di filosofia di gioco. Vi ricorderete vero del 4-2-3-1 azzurro, con Bakayoko e Fabian in mediana? Quello difesa e contropiede affidato a Lozano e Osimhen (quando c’era)?

Il Gattuso allenatore, non ha mantenuto le premesse. E come se si fosse detto comunista, ma in dubbio sui tempi della realizzazione del regime, abbia votato Berlusconi (in fondo erano amici).
Si è reinventato troppo, è diventato un allenatore liquido (molto più vicino all’Ancelotti dal quale si voleva allontanare). Ha sempre abbandonato le sue idee, definite radicali, per accontentare i bisogni delle sue società, dei contesti. Anche i più grandi sono cambiati, il Guardiola di oggi è venti volte più volte verticale del Guardiola di Barcellona, ma lo ha fatto dopo aver già costruito il suo status, professato la sua ideologia, pian piano plasmata. Gattuso, invece, si è trasformato sempre troppo profondamente e soprattuto troppo presto, prima di affermarsi, di farsi riconoscere come voleva essere riconosciuto, prima di farsi ricordare come uno di quelli che stupisce. Come se, alla fine, non fosse poi tanto convinto del prodotto che vendeva.

E, allora, i risultati…

Dunque, se tanto ci da tanto, dovremmo (potremmo) ricordare (provare a ricordare) Gattuso per i risultati? Non è mica facile.

Il Milan di Gattuso giocatore lo ricordiamo come se fosse un marchio, la Coca Cola. Quello del Gattuso allenatore non aveva niente di riconoscibile e non ha vinto nulla. Nemmeno quella finale di Coppa Italia conquistata, e, soprattutto, ha sempre fallito l’accesso alla Champions League.
Il Napoli – come accennato – la Coppa Italia l’ha vinta e ha disputato un discreto girone di ritorno alla sua prima stagione. Racimolò 38 punti – solo Atalanta e Milan fecero meglio – ma quegli azzurri con Ancelotti erano a -11 dal quarto posto, e chiusero a -16 punti da Atalanta e Lazio, terze a pari merito.
L’anno successivo, lo scorso, dopo aver mostrato potenzialità interessanti in maniera abbastanza continua, si sono fatti buttare fuori ai sedicesimi di EL (competizione che potevano vincere) dal Granada (!?!?) e fallito shakespearianamente all’ultima giornata l’accesso in Champions sbattendo – guarda caso – sulla squadra di Giulietta che non aveva più nulla da chiedere al suo campionato.

Quindi perché ricordarsi di Gattuso?

Zerocalcare risponderebbe “Questa domanda mi devasta!”. Perché ci ricordiamo degli allenatori? Abbiamo detto per il gioco o per le vittorie, e con Gattuso non potremmo per nessuna delle due. Ci deve essere qualche altro parametro. Pensiamoci….ce l’ho, l’ultimo: le partite memorabili. Quelle sfide che esulano dai risultati, dalla stagione, perché ti hanno lasciato una gioia pregnante, una soddisfazione tale che scoppi di provincialismo e chissenè delle vittorie.
Allora pensiamo alle migliori notti di Gattuso a Napoli.

Nel corso della prima stagione sotto al Vesuvio non c’è nulla da segnalare. Però alla seconda… a Milano contro l’Inter il Napoli ha giocato molto bene, è stato sfortunato, ha perso. Nel girone di ritorno, allo Stadium – si giocava la partita rinviata – gli azzurri sono implosi, hanno avuto talmente paura di perdere che alla fine ci sono riusciti a farlo. Il match di ritorno col Granada meglio escluderlo, così come la semifinale d’andata di Coppa Italia contro l’Atalanta. Resta la Supercoppa, la Juve era già morta e gli è stato concesso di essere la “Lazzaro” di turno. Niente da fare, ci sono stati momenti della stagione “esaltanti” ma nessuna sfida da togliere il fiato.

L’ultima intuizione, la rivalutazione della fama

Ti ho quasi perso Ringhio. Ma non voglio mollare, Gattuso non lo faceva mai. Un allenatore può essere grande anche per la rivalutazione che ha fatto dei suoi giocatori, per un’intuizione che ha avuto su di essi. Se penso a Mazzone, penso a Pirlo davanti alla difesa. Se penso a Sarri, penso al gioco, ma anche a Mertens prima punta, vale lo stesso per Spalletti, Totti centravanti, Allegri e Mandžukić sull’esterno.

Tu, Ringhio hai insistito tanto su Suso al Milan, per te poteva fare qualsiasi ruolo, beh, abbiamo capito che era così nell’effettivo: poteva farlo ma non bene.
Hai rilanciato Bakayoko in rossonero, tanto che volevano riscattarlo, però poi ti si è sgretolato tra le mani a Napoli. A Napoli ci hai fatto capire che il Chucky Lozano non era un pacco DHL come si credeva e hai permesso a Insigne di vivere la sua migliore stagione realizzativa. Però, caro Ringhio, non regge, la mia tesi non regge, se penso al contraltare.

Se penso alle volte che hai preferito Meret ad Ospina, se penso a Rrahmani (volevano rispedirlo in Albania in corriera), a Malcuit trattato alla stregua di un Primavera nemmeno tanto promettente, ad Elmas usato come un tappabuchi e mai valorizzato, a Lobotka, in lui abbiamo intravisto Gigi d’Alessio, e a Torino ha giocato alla Verratti, a Fabiàn, davanti alla difesa con te sembrava inadatto e Spalletti ci ha fatto capire che non è affatto così.

In pratica, Ringhio, anche il mio ultimo tentativo è stato vano. Si è vanificata la mia intenzione di trovare un modo per ricordarci del Gattuso allenatore, se non lo facciamo e perché non ne abbiamo motivo. Ci siamo dimenticati di Gattuso, del Gattuso tecnico. Fortunatamente, per te Ringhio, e anche per noi, ci teniamo quello che hai fatto in campo. Per tutto il resto…non c’è Mastercard, devi conquistartelo. E noi ti auguriamo di realizzarlo, di avere più fiducia nelle tue idee, senza svilirti mai, oppure semplicemente di trovare il modo di vincere, di vivere notti magiche.
Alla fine il nostro bene per te resterà intatto.