Mario Beccia, il corridore che correva sempre controvento

C’era una volta, nelle stanze dei bambini appassionati di ciclismo, un piccolo mondo in scala dove il Giro d’Italia non finiva mai. Sagome di corridori, ammiraglie di fantasia, radioline immaginarie e cronache inventate animavano pavimenti trasformati in tappe alpine o frazioni di pianura battuta dal vento. In quel microcosmo domestico, tra campanelli e voci imitate, […]

Articolo di Mario Bocchio21/04/2026

C’era una volta, nelle stanze dei bambini appassionati di ciclismo, un piccolo mondo in scala dove il Giro d’Italia non finiva mai. Sagome di corridori, ammiraglie di fantasia, radioline immaginarie e cronache inventate animavano pavimenti trasformati in tappe alpine o frazioni di pianura battuta dal vento. In quel microcosmo domestico, tra campanelli e voci imitate, spesso un nome tornava più di altri nelle narrazioni improvvisate: Mario Beccia.

Non era Moser, non era Saronni, i due poli magnetici di quegli anni. Era un altro tipo di protagonista: meno celebrato, più irregolare, ma capace di accendere l’immaginazione. E già allora la spiegazione era semplice, quasi istintiva: “Perché attacca sempre e in salita non ha paura di nessuno”.

Quell’istinto da corridore inquieto lo ha accompagnato per tutta la carriera. Nato a Troia, nel Foggiano, nell’estate del 1955, professionista dal 1977 fino alla fine degli anni Ottanta, Beccia apparteneva a una stirpe oggi quasi estinta: quella degli attaccanti puri, dei corridori che non aspettavano il momento giusto ma lo creavano, spesso a costo di bruciarsi. Dalla Puglia si trasferì poi in Veneto, stabilendosi a Cornuda, dove costruì gran parte della sua vita sportiva.

Fisico minuto, struttura leggera, spirito nervoso. Non era costruito per il controllo, ma per l’irruzione. E c’era anche un tratto che lo rendeva immediatamente riconoscibile nel gruppo: una calvizie precoce, evidente, che non sfuggiva agli appassionati. Il ciclismo, ambiente diretto e talvolta spigoloso, gli cucì addosso anche un soprannome ironico, rimasto nella memoria popolare: “Beccia, il parrucchino che sfreccia”. Una battuta ruvida, certo, ma che finiva per accompagnare le sue azioni più caratteristiche, quelle in cui si lanciava all’attacco senza esitazioni, come se ogni corsa fosse l’ultima occasione possibile.

In un ciclismo che allora macinava chilometri infiniti e tappe logoranti, lui sceglieva spesso la via più rischiosa: partire, forzare, anticipare. Anche quando il gruppo non concedeva nulla, anche quando il destino delle fughe sembrava segnato ben prima dell’ultimo chilometro. Era un modo di correre dispendioso, quasi testardo, che richiedeva più coraggio che calcolo e che spesso lo portava a pagare dazio negli ultimi metri.

La sua parabola tra i professionisti si apre subito con segnali importanti: vittorie nella stagione d’esordio, tappe conquistate al Giro d’Italia e affermazioni di prestigio in corse di un giorno. Non era un comprimario, ma nemmeno un dominatore: piuttosto un inquieto frequentatore delle prime posizioni, sempre presente quando la corsa si accendeva davvero, quando serviva qualcuno capace di rompere l’inerzia.

Il suo palmarès racconta un corridore più completo di quanto si potesse pensare. Scalatore naturale, certo, ma anche atleta resistente e capace di difendersi su terreni diversi. Tra i risultati più significativi emergono il successo al Giro di Svizzera, una Freccia Vallone conquistata con autorità e diverse vittorie in gare italiane di tradizione come il Giro dell’Appennino. Un insieme di risultati che ne definisce il valore, pur senza consegnarlo definitivamente al ristretto club dei dominatori assoluti.

Il Giro d’Italia resta comunque il centro della sua storia sportiva. In quella corsa Beccia ha raccolto successi di tappa, piazzamenti e soprattutto una reputazione precisa: quella di uomo capace di spezzare gli equilibri. Il miglior risultato in classifica generale arriva nel 1983, quando chiude al quarto posto, alle spalle di protagonisti di primo piano. Un risultato che conferma la sua solidità e la sua presenza costante tra i migliori, anche nelle prove più lunghe e ad esclusione.

Era un ciclismo duro, selettivo, dove il controllo delle squadre diventava sempre più determinante. E proprio per questo, un corridore come Beccia finiva spesso per risultare scomodo: troppo indipendente per essere inquadrato, troppo offensivo per essere lasciato libero senza conseguenze. Non di rado le sue azioni venivano neutralizzate con decisione, quasi con accanimento, come se il gruppo percepisse in lui un elemento di disturbo da contenere a ogni costo.

La sua carriera è costellata anche di piazzamenti importanti e di occasioni sfumate per pochissimo. Emblematica una Milano-Sanremo chiusa nelle posizioni di vertice, alle spalle di campioni come Kelly e Lemond. Un risultato che racconta bene la sua dimensione: quella di un atleta capace di restare dentro le grandi corse fino all’ultimo, anche senza raccogliere sempre quanto meritato.

In totale, il suo nome si lega a una quindicina di vittorie tra corse a tappe e competizioni di un giorno, oltre a numerosi podi e prestazioni di alto livello. Ma i numeri, da soli, non bastano a definirlo. Beccia era soprattutto un’idea di ciclismo: istintiva, generosa, spesso controcorrente, lontana dalle logiche troppo rigide che con il tempo avrebbero cambiato il volto di questo sport.

Chi lo ha conosciuto da vicino ne parla con rispetto autentico. I suoi direttori sportivi lo ricordano come un atleta integro, incapace di accettare compromessi, uno di quelli che preferiscono perdere attaccando piuttosto che sopravvivere aspettando. E in effetti sono state molte le sue fughe finite a pochi metri dal traguardo, tentativi generosi spezzati sul più bello, quando già sembrava fatta.

È proprio in questo che si nasconde il senso della sua carriera: tante azioni, tante speranze, non sempre il premio finale. Ma anche una credibilità che pochi altri potevano vantare. Perché il ciclismo di allora riconosceva valore anche a chi non vinceva sempre, ma provava sempre a farlo, senza calcoli e senza risparmiarsi.

Ha partecipato anche a diverse edizioni del Campionato del Mondo su strada, ottenendo come miglior risultato un piazzamento nelle prime venti posizioni alla fine degli anni Settanta. Risultati solidi, coerenti con una carriera fatta di continuità e presenza, più che di exploit isolati, e che confermano la sua appartenenza stabile al gruppo dei migliori.

Oggi Mario Beccia resta il simbolo di un ciclismo che non c’è più: quello dei tentativi lunghi, delle iniziative personali, delle corse decise anche dal coraggio individuale. Un ciclismo in cui si poteva perdere, ma solo dopo averci provato davvero, fino in fondo.

Non è stato il campione che cambia la storia, ma uno di quelli che la rendono viva. E, a volte, è proprio questo che resta più a lungo: il ricordo di chi ha osato, sempre, anche quando vincere sembrava impossibile.

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