Parole in gioco: la sconfitta
L’errore che molto spesso si fa è confondere l’esito di un match con il valore.
Foto MoscaNon tutti gli sport terminano con una sconfitta o con una vittoria. Ci sono sport che prevedono il pareggio ed altri no. È il caso, ad esempio, del tennis. Un match di Tennis non prevede il “pareggio”. Non è un caso che, e non solo per questa caratteristica, il gioco del tennis sia al centro di uno dei testi più importanti per il mondo del coaching e del miglioramento personale (Il Gioco Interiore del Tennis, T. Gallwey), un punto fermo per chi ha perfezionato o vuole perfezionare gli studi sulla crescita personale e sul coaching.
Se è vero che ci sono sconfitte più dignitose di una vittoria, per dirla con J.L. Borges, è altresì vero che a pochi piace perdere. Se c’è un messaggio che però lo sport, ed il gioco in generale, ci insegna è che spesso fare meno punti dell’avversario non significa automaticamente perdere. Prendiamo il caso di una squadra che alla partenza del campionato parte con dei punti di penalizzazione. Benché la squadra in questione vinca molte partite, forse qualcuna più delle altre squadre in gara, potrebbe ritrovarsi a non vincere il campionato. O l’esempio dell’autogol che ci insegna, lezione spesso dimenticata, che fare gol è utile, si, ma solo se lo fai nella porta giusta!
Ci sono sconfitte inaspettate, altre clamorose, altre ancora che fanno rumore; sconfitte a tavolino, sconfitte che erano nell’aria. Poi ci sono le sconfitte in casa (le più dolorose), quelle fuori casa (ci possono stare). Uno sport in cui la sconfitta viene vissuta con grande dignità, è il rugby: pensiamo alla bellissima abitudine del terzo tempo, in cui il vincitore ed il vinto si ritrovano, fuori dal campo, a condividere un momento conviviale. Forse il terzo tempo può insegnarci che celebrare ed accogliere con serenità una sconfitta può aiutarci a metabolizzarla ed a sublimarla, ridimensionando l’evento da un punto di vista emotivo.
Ma anche che un match ha un inizio ed una fine, e riconoscere con intelligenza la sua fine, è la premessa per il prossimo confronto. Come dire: è importante sapere scendere in campo, ma è altresì importante sapere uscire dal campo. Sempre nel rugby, ad esempio, non viene mai usata la canzone “We Are the Champions” in quanto questa, in un breve passaggio, contiene la frase “No Time for Losers”, ovvero “Non c’è tempo per i Perdenti”, giudicata irrispettosa per l’avversario sconfitto. Pensiamo ancora al pugilato in cui, durante vari Round un pugile può incassare molti colpi, più di quelli dati, ma basta che questo poi ne dia uno, quello fatale, per aggiudicarsi per KO il match, benché abbia ricevuto più colpi del suo avversario.
C’è un’espressione in italiano che valorizza in positivo il verbo perdere; si tratta dell’espressione “saper lasciar perdere”, vissuta come importante abilità tipica di chi accoglie con serenità e, soprattutto, positività, una delusione. Saper perdere, in questo senso, libera la nostra anima da tensioni ed emozioni negative, preparandoci al cammino della nostra eccellenza.
Non ricordo in quale libro, ma leggevo una riflessione sulla sconfitta che, in alcuni passaggi della mia vita, si è rivelata molto utile. L’autore, in sostanza, affermava che esistono tre tipi di sconfitte: quando perdi contro qualcuno, quando perdi contro te stesso, quando perdi contro le condizioni esterne o i fattori ambientali. L’errore che molto spesso si fa è confondere l’esito di un match con il proprio valore. Perdere è risultato puntuale di un confronto. Né più né meno. Il valore, il proprio valore, è altra cosa, ben più seria ed importante (ed inestimabile).
Se accogliere questa riflessione potrà non consolarci subito dopo una sconfitta, questa potrà però farci riflettere molto sul senso profondo di una nostra prestazione, aiutando ad elaborare una nostra strategia o una nuova consapevolezza. Può sembrare banale, e spesso retorico, o fin troppo buonista, addirittura da perdenti, ma, per parafrasare Borges, personalmente credo ci siano sconfitte molto più utili di una vittoria.
