Si fa presto a dire “Pappò cacc’ ‘e sord”

De laurentiis manfredi

“La ricapitalizzazione delle società di calcio in Italia: prima di dire “Pappo’ cacce ‘e sord”, guardiamo alla consistenza patrimoniale e finanziaria dei proprietari italiani dei club nostrani.”

 

L’aumento di capitale

La ricapitalizzazione, operazione nota anche come aumento di capitale, è un processo tramite il quale una società punta ad accrescere il capitale a sua disposizione per coprire perdite accumulate o per lanciare un piano di investimenti con la finalità di potenziare l’attività.

In altri termini i singoli soci devono mettere i propri soldi nella società, prelevarli dal conto corrente personale e versarli sul conto aziendale.

Chi mette le mani in tasca?

Quanti presidenti o soci delle società calcistiche professioniste hanno svuotato le loro tasche negli ultimi due anni per rimpinguare i conti delle squadre che presentavano perdite insostenibili giuridicamente o per sostenere un piano di sviluppo che i pochi soldi rimasti non potevano assicurare?

Secondo quanto riportato dal ReportCalcio 2021 della Figc, commissionato ad Arel e PWC, nel 2019-2020, il 56% delle società di calcio professionistico risulta di proprietà di una persona giuridica italiana, mentre nel 33% dei casi si tratta di una persona fisica italiana e nell’11% di una persona giuridica estera. Il modello di governance continua a rimanere sostanzialmente chiuso: in Serie A la percentuale media di controllo dell’azionista di riferimento si attesta all’89,4%, mentre scende leggermente in Serie B e in Serie C (rispettivamente pari all’85,1% e al 78,0%).

Tradotto, nel calcio italiano nel 90% dei casi sono i ricchi indigeni a metterci i soldi e a governare le società.

Ma i proprietari delle società di calcio professionistico, nel biennio maledetto del Covid, hanno davvero cacciato i loro soldi per sostenere le squadre?

La risposta nei numeri

La risposta la fornisce sempre il report citato che sottolinea che, anche a fronte del significativo impatto dell’emergenza sanitaria sul profilo economico-finanziario del settore, nel 2019-2020 le ricapitalizzazioni totali apportate nel calcio professionistico sono state pari in totale ad oltre un miliardo di euro, il dato record tra quelli registrati negli ultimi 9 anni. 

A livello aggregato, tra il 2011 e il 2020 sono stati apportati interventi di ricapitalizzazione del valore di oltre 3,8 miliardi, di cui il 30% relativi a club con proprietari italiani e il 70% da società con azionisti di riferimento stranieri provenienti principalmente da Cina e Stati Uniti .

Nel calcio italiano avviene un po’ quello che diceva il compianto ed immenso Massimo Troisi nel film “Scusate il ritardo” quando, insieme ai fratelli, voleva regalare il televisore ai genitori:”……mettiamo 5000 lire io, 5000 lire Patrizia e unmilioneedue tu!”.

Tutti soldi stranieri se non fosse per la Exor

Il calcio italiano è stato salvato da quei pochi azionisti stranieri. Unica eccezione italica la Exor, cassaforte della famigli Agnelli e proprietaria della Juventus, che, sebbene venga considerata dalla indagine della Figc di origine straniera (ha sede in Olanda), di fatto investe soldi appartenenti a nostri connazionali.

Ed a tal proposito, anche se è vero che spesso si tratta di una nuova classe di potenti di cui si sa poco o nulla, nella maggior parte dei casi persone che hanno costruito la loro fortuna dal nulla, che suscitano parecchi dubbi, è altrettanto evidente, allargando l’analisi al contesto internazionale, l’elevata attrattività dei club calcistici europei nonostante l’impatto del Covid-19: nel 2020 e nei primi 3 mesi del 2021, un totale di 52 società di 1a e 2a divisione, provenienti da 24 diverse nazioni, hanno visto un cambiamento di proprietà; il 62% dei nuovi investitori proviene dall’Europa, il 25% dal Nord America, l’8% dal Medio Oriente e il 6% dall’Asia.

Si fa presto a dire “Pappò cacc’ ‘e sord”

Risultato finale? Con questi chiari di luna, evitiamo il “Pappò cacc’ ‘e sorde teniamocelo caro caro.

Ma di questo ne parleremo nelle prossime puntate

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