L’astuzia a cui fa riferimento Conte è la cazzimma napoletana

"Frattaglie – Il pallone visto dal lato storto", la rubrica dissacrante e appassionata in cui Vincenzo Imperatore racconta il calcio con osservazioni sparse, provocazioni e lo sguardo libero del tifoso, questa settimana analizza la frase di antonio Conte che sottolinea che nel Napoli manca leadership situazionale dove "astuzia" sta per cazzimma

Articolo di Vincenzo Imperatore16/12/2025

Dobbiamo lavorare sull’aspetto mentale. Bisogna utilizzare astuzia, in certe situazioni

La frase di Antonio Conte nella conferenza stampa post partita con l’Udinese, come spesso accade, è stata interpretata non correttamente. Nel linguaggio sportivo, astuzia non è scaltrezza opportunistica. Non è l’arte di fregare l’arbitro né il trucco di mestiere da quattro soldi. Astuzia è cazzimma napoletana, quella autentica. È intelligenza situazionale. È la capacità di anticipare, di scegliere, di non sprecare energie. È saper perdere tempo quando il contesto lo impone, non per paura ma per governo della difficoltà. È usare la testa prima delle gambe. Perché le gambe, senza guida, portano ovunque, anche dove non conviene.

È ciò che distingue chi reagisce da chi capisce cosa sta succedendo. Chi vive di impulsi da chi interpreta la partita mentre gli altri la subiscono.

Ed è qui che torno a una cosa che sostengo da anni, tra lo sbuffo generale e qualche insulto social: nel Napoli ci sono stati e ci sono pochissimi campioni in campo dotati di vera leadership situazionale. Giocatori capaci di sentire il momento, di raffreddare una partita, di prendersi la responsabilità mentale prima ancora che tecnica. Pochissimi.

Il Napoli ha avuto grandi talenti, ottimi professionisti, giocatori straordinari nel gesto. Ma raramente ha avuto uomini capaci di leggere il contesto per tutti gli altri. Vi ricordate i “fantastici perdenti” Insigne, Mertens, Koulibaly che foravano sistematicamente la ruota quando vedevano il cartello “ultimo chilometro”? Quei leader silenziosi (Lukaku, De Bruyne) che fanno la cosa giusta quando bisogna portare anche un obiettivo parziale propedeutico al successo finale.

Quando questa leadership manca in campo, il sistema ha bisogno di un leader forte fuori dal campo (Spalletti e Conte). Qualcuno che tenga la barra dritta, che assorba la pressione, che faccia da cervello esterno quando il cervello collettivo va in sovraccarico. Non è una colpa. È una necessità strutturale.

Il calcio moderno è pieno di reattivi. Gente velocissima, allenata, iper-preparata. Reagiscono a tutto: a un fallo, a un errore, a un gol subito. Reagiscono come nervi scoperti. Mancano quelli che decodificano il contesto. Quelli che capiscono che la partita sta cambiando tono, che l’inerzia va gestita, che non sempre la risposta è spingere.

La cazzimma, quella vera, non è rabbia. Non è foga. Non è “metterci il cuore”. È controllo emotivo sotto stress. È sangue freddo mentre tutto intorno brucia. È stare dentro la pressione senza farsene divorare.

Quando manca questa qualità, il calcio diventa rumore. Gambe che corrono, schemi che saltano, giocatori scollegati. Ognuno reagisce, nessuno interpreta. La difficoltà viene vissuta come un affronto, mai come un segnale da decifrare.

E allora sì, l’aspetto mentale diventa centrale. Ma non nel senso da poster motivazionale. Non con i discorsi da spogliatoio buoni per le telecamere. L’aspetto mentale è allenamento alla scelta. È educazione al tempo. È imparare che fermarsi non è sempre debolezza e accelerare non è sempre coraggio.

Il pallone visto dal lato storto dice questo: la vera differenza non la fanno quelli che corrono di più. La fanno quelli che capiscono quando non farlo.

E quando non li hai in campo, devi tenerti ben stretti quelli fuori che hanno queste skills non ordinarie.

 

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