Bio, il gol al Bernabéu e la lunga caduta nell’oblio.
Nelle "Insolite coordinate", Luigi Guelpa raccoglie la provocazione di Matteo Nunner e riporta alla luce William “Bio” Verisimo, meteora brasiliana passata dal sogno Barcellona alla polvere dei campi minori. Un lampo al Bernabéu, cinque partite che sembravano un destino, poi la discesa silenziosa fino alla malattia e all’anonimato. Non una favola interrotta, ma la radiografia di un sistema che celebra i miti e dimentica i fantasmi.

Matteo Nunner, mio giovane amico, comunista fino al midollo, e penna raffinata, mi ha chiesto di parlare di un calciatore che lui definisce “un fantasma”, e io gli ho risposto che l’avrei fatto volentieri, scrivendolo su Sport del Sud. Perché certe storie non chiedono solo di essere raccontate: chiedono di essere ricordate, come si ricordano i sogni che non abbiamo avuto il coraggio di fare.
William Silvio Modesto Verisimo, in arte Bio, era uno dei tanti figli irregolari del calcio globale, quando ancora la parola “globalizzazione” non aveva invaso le redazioni ma già abitava nei piedi scalzi delle favelas. Brasiliano senza epopea, senza samba celebrativo, senza trofei da esibire: una comparsa con il Palmeiras e poco altro, come un attore che sfiora il palco ma non entra mai davvero in scena.
Attraversò l’Atlantico con più fame che certezze. Prima il Vitória Setúbal, poi la Spagna, terra di promesse e di seconde divisioni. Al Terrassa trovò finalmente qualcosa che somigliava a un’identità: gol. Nove, otto, quattordici. Numeri che non fanno la storia, ma la sfiorano abbastanza da attirare sguardi curiosi.
E infatti qualcuno guardò. Il Barcellona, che allora non era ancora una multinazionale del pallone ma già una cattedrale laica, lo notò. Dicono che fu Johan Cruyff a suggerirne l’acquisto, dopo averlo incrociato in un’amichevole. Cruyff, sacerdote del calcio totale, che indica un ragazzo venuto dal nulla: sembra quasi un vangelo apocrifo.
Bio arrivò a Barcellona nell’aprile del ’78, quando le stagioni stanno finendo e le illusioni sono più facili da vendere. Esordì nel posto meno adatto ai timidi: il Bernabeu, contro il Real Madrid. E segnò. Non subito, ma abbastanza presto da far credere che la favola avesse un senso. Cinque partite, tre gol: una doppietta all’Elche, un gol al Valencia. Numeri piccoli, ma luminosi, come le luci di un luna park visto da lontano. Per un attimo, sembrò tutto vero. Il ragazzo delle favelas accanto a Neeskens, Rexach e Migueli. Sembrò che il calcio fosse davvero quella macchina mitologica capace di trasformare la polvere in oro.
Ma il calcio, devi sapere Matteo, è anche una fabbrica di oblio.
L’incantesimo si ruppe senza rumore. Un altro anno al Barcellona, quattro partite appena, poi il passaggio all’Espanyol, qualche gol sparso, e di nuovo la discesa: Malaga, Sabadell, la Segunda, i campi che non finiscono mai sulle copertine.
A ventotto anni, Bio aveva già finito di esistere per il grande calcio. E quando il calcio smette di guardarti, smettono di guardarti tutti. Provò a resistere come fanno gli uomini senza alternative: scendendo di categoria, poi di città, poi di dignità. Campionati minori catalani, stipendi minori, vite minori. Fino ai quarant’anni, quando anche il corpo si arrese e il sipario calò senza applausi.
Tornò in Brasile, ma non era più casa. Era un luogo dove sopravvivere. Dormiva dove poteva, lavorava quando capitava. Nel 2007 riuscì a farsi sentire, un Sos lanciato ai media come una bottiglia nell’oceano: cercava un lavoro qualsiasi, si offriva persino di insegnare calcio ai ragazzi. Trasmettere qualcosa che il calcio, a lui, aveva tolto. Rispose solo l’associazione dei veterani del Barcellona, un gesto tardivo, quasi simbolico. Qualche aiuto economico, troppo poco per ricostruire un uomo già consumato.
Bio morì nel 2008, di tubercolosi. Una malattia antica, da romanzi dell’Ottocento, che nel suo caso sembrava solo un dettaglio finale. Perché la vera malattia era stata l’oblio.
E allora, Matteo, perché raccontarlo? Perché Bio non è un’eccezione. È una statistica con un nome, un promemoria crudele: per ogni Johan Cruyff che cambia il calcio, ci sono decine di Bio che il calcio li attraversa e poi li dimentica.
E forse, scriverne su Sport del Sud, è l’unico modo che abbiamo per impedirgli di sparire del tutto.
