Nikita Haikin, il portiere che studia per prendersi un Mondiale.

Nelle Insolite coordinate, Luigi Guelpa racconta l’ascesa silenziosa di Nikita Haikin, custode del Bodø/Glimt capace di piegare l’Europa e poi tornare in camera ad ascoltare lezioni di norvegese. Tra rigori parati e verbi irregolari, la sua non è solo una scalata sportiva ma un atto di appartenenza. Perché, a volte, il calcio non si conquista con i proclami ma con la lingua giusta al momento giusto.

Articolo di Luigi Guelpa19/03/2026

C’è un modo nordico di prendersi l’Europa: in silenzio, senza proclami, con il fiato che fuma nell’aria e le mani che non tremano. Nikita Haikin, trent’anni, è l’ultimo custode di questa disciplina. Col suo Bodo/Glimt ha preso a ceffoni l’Inter e lo Sporting Lisbona rimettendo in circolo un’idea romantica di coppa: che il Nord non sia solo geografia ma destino, e che i sogni sappiano resistere al gelo.

Portiere ammazzagrandi, lo chiamano. Ma l’etichetta è povera per uno che ha attraversato più frontiere di un diplomatico in esilio. Nato a Netanya, Israele, in una famiglia russa che aveva scelto il Mediterraneo per ripartire, è tornato bambino a Mosca, poi ha fatto le valigie ancora: Spagna, Israele, Russia, Inghilterra. Tre passaporti in tasca, israeliano, russo, britannico, e una patria calcistica trovata quasi per caso, in Norvegia.

Il 17 aprile 2025, nel ritorno di Europa League contro la Lazio, Haikin ha parato due rigori e ha spinto il Bodo tra le semifinaliste, esibendo la maglia di Francesco Totti come reliquia laica, tra fiordi e cori che sanno di legno e sale. Non era solo una vittoria, ma un messaggio infilato nella bottiglia.

Eppure, nel silenzio della sua stanza, il rumore è un altro. Mentre i compagni si isolano con la musica, lui ascolta lezioni di norvegese. Dal telefono scorrono film e serie in lingua, sottotitoli attaccati come stampelle. Gli manca l’esame B1, l’ultimo scoglio per ottenere il passaporto che conta davvero: quello che gli permetterebbe di rispondere alla chiamata del ct Solbakken e inseguire il Mondiale con la Norvegia.

Il titolare ha nome e curriculum: Orian Nyland, oggi al Siviglia. Scalzarlo è impresa per alpinisti. Ma Haikin non chiede la vetta, chiede il sentiero. “Non voglio trattamenti speciali”, ha detto, ringraziando perfino il premier norvegese Store, tifoso dichiarato del Bodo, disposto, pare, a fare il possibile per vederlo al Mondiale. “Mi sto applicando. Supererò presto l’esame.”

C’è qualcosa di antico in questa ostinazione: il ragazzo che studia mentre gli altri sognano, il professionista che si allena su un verbo irregolare come su un rigore al novantesimo. Il calcio, a volte, è una questione di lingua: capire e farsi capire, comandare la difesa con una parola secca, gridare il tempo giusto.

Haikin lo sa. Per questo studia

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