Pasquale Fiore, la figurina che mancava sempre

Scomparso a settantatré anni, Pasquale Fiore fu il portiere discreto di un altro Napoli: nato ad Agnano, cresciuto nel vivaio azzurro, fedele vice di Castellini per sette stagioni. Nel ricordo di Luigi Guelpa riemerge come una figurina introvabile dell’infanzia: una presenza laterale del calcio che, proprio per questo, è rimasta nella memoria più dei protagonisti.

Articolo di Luigi Guelpa09/03/2026

Si è spento a settantatré anni Pasquale Fiore, e a dirlo così sembra soltanto una notizia, una riga di giornale che scivola via tra le altre, ma per qualcuno, per chi da bambino sfogliava album di figurine con la stessa devozione con cui si sfogliano i libri sacri, non è soltanto questo, perché Pasquale Fiore non era solo un portiere del Napoli, era soprattutto l’uomo di una figurina, la mia figurina preferita, e per di più una di quelle che non si trovavano mai, quella che mancava sempre quando sembrava che l’album fosse ormai completo, e dunque la sua assenza diventava quasi una presenza ostinata.

Ricordo il suo sguardo, che non era lo sguardo rassicurante dei portieri destinati alla gloria, ma uno sguardo un po’ obliquo, inquieto, come se da un momento all’altro dovesse comparire in un vicolo di un poliziesco all’italiana, nella parte del cattivo o forse di quello che non si capisce bene se sia colpevole oppure no, e proprio per questo mi restava addosso più di altri volti stampati sulla carta lucida. Nella realtà del campo fu soprattutto il fedele rincalzo, prima di Carmignani e poi di Castellini, uno di quei giocatori che stanno un passo dietro alla scena principale e che tuttavia, senza far rumore, tengono in piedi la storia.

Eppure la sua storia, se la si guarda con un poco più di attenzione, non è quella di un uomo arrivato per caso a fare il portiere del Napoli, perché Pasquale Fiore era nato proprio lì, nel 1953, ad Agnano, dove il calcio non è soltanto un gioco ma una specie di grammatica sentimentale, qualcosa che si impara prima ancora di leggere e scrivere. Da ragazzo entrò nelle giovanili del Napoli e quando difendeva la porta della primavera nel 1975 vinse il Torneo di Viareggio. Nello stesso periodo arrivò anche l’esordio in Serie A, fino alla vittoria della Coppa Italia.

Il calcio, come la vita, non è mai lineare, e così Fiore cominciò a girare: Acireale, Paganese, Como, in una di quelle operazioni di mercato che sembrano misteriose anche a distanza di anni, fatte di comproprietà, ritorni e passaggi.
E alla fine tornò dove era destinato a stare, a Napoli, non come protagonista assoluto ma come secondo portiere vero, di quelli che accettano il proprio ruolo senza farne una tragedia, perché sanno che anche l’attesa fa parte del mestiere. Dal 1977 al 1984 fu infatti il vice del Giaguaro Castellini, sette stagioni passate quasi sempre in panchina, con appena sette presenze, numeri che oggi sembrerebbero insignificanti ma che allora raccontavano un altro modo di stare in una squadra.

Fiore era anche riconoscibilissimo per i suoi baffi neri, che negli anni Settanta erano quasi un distintivo di carattere, e forse per questo i tifosi del Napoli lo ricordavano bene, perché in una squadra fatta di nomi più celebri lui restava una presenza discreta ma familiare, uno di quelli che non facevano notizia ma facevano squadra.

Nel 1984 lasciò Napoli per andare all’Udinese, dove finì la carriera due anni dopo. Si ritirò nel 1986, a soli trentatré anni, dopo la rottura del tendine d’Achille, quella specie di sentenza anatomica che per un calciatore significa quasi sempre la fine della corsa.
Poi venne la vita normale, quella che non finisce nelle figurine: qualche esperienza da allenatore, perfino nel calcio femminile veneziano, e poi lavori più silenziosi, come preparatore dei portieri o allenatore in seconda nelle categorie minori, luoghi dove il calcio torna a essere una cosa semplice, fatta di campi umidi e di spogliatoi con le panche di legno.

E così io continuo a ricordare quella figurina, la più difficile da trovare, quella che si scambiava dopo lunghe trattative di cortile, due doppioni e forse anche tre pur di averla. E quando finalmente la incollai nell’album, ebbi la sensazione che quel volto baffuto e quello sguardo ambiguo non appartenessero soltanto a un portiere di riserva del Napoli, ma a qualcosa di più strano e più raro, una specie di personaggio minore del grande romanzo del calcio, uno di quelli che non vincono quasi mai la scena ma senza i quali la scena non esisterebbe nemmeno. Perché a volte la memoria funziona così: non conserva i grandi eventi, conserva un volto, uno sguardo, e il mistero di un portiere che sembrava uscito da un film.

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