Il pallone e la valigia di Ciriaco Sforza

La storia di Ciriaco Sforza da Re di Germania a Zimbello d'Italia per un film, un calciatore straordinario alla corte di grandissimi allenatori.

Articolo di Il calcio svizzero12/04/2026

Chi non conosce Ciriaco Sforza? L’ iconica sequenza del film “Tre uomini e una gamba”, che ritrae Giacomo con la sua maglietta dei tempi dell’ Inter, l’ha reso immortale. Non gli ha però reso giustizia, neanche lontanamente. Se per i tifosi interisti Sforza rimane infatti l’oggetto misterioso imposto da Mister Hodgson ai nerazzurri, e passato appunto alla storia più per quella sequenza che per le sue gesta sul terreno da gioco, in Svizzera ed in Germania la situazione è completamente diversa. Ma andiamo con ordine. 

Ciriaco nasce a Wohlen, Canton Argovia, nel 1970. Suo padre è un imbianchino italiano emigrato in Svizzera in cerca di miglior fortuna. Sin da piccolo “Ciri” mostra uno spiccato talento per il gioco del pallone. La sua parabola giovanile ricorda molto quella di David Sesa, di cui vi abbiamo parlato nella scorsa puntata. Ingaggiato giovanissimo dal Grasshoppers, prestigioso club della grande città di Zurigo, fa il suo esordio in Serie A a soli 16 anni! Sembra davvero un predestinato. In due stagioni fa ben 21 apparizioni in prima squadra. Nel 1988 però sbarca sulla panchina degli zurighesi una leggenda come Ottmar Hitzfeld.

Chissà perché, il tedesco si incaponisce che Sforza debba diventare un terzino destro. Dimostrando subito un carattere che l’accompagnerà (nel bene e nel male) per tutto l’arco della sua carriera, “Ciri” chiede allora di essere trasferito, e viene accontentato. Lui sente di essere un centrocampista, e non ha intenzione di scendere a compromessi. Accetta la proposta dell’Aarau, e fa così ritorno nel Canton Argovia, e nella periferia calcistica. Per ben due stagioni filate contribuisce in prima persona alla salvezza del club argoviese, che proprio in quegli anni riceve la nomea di “Unabsteigbar” (non retrocedibile). Non si può non aprire una piccola parentesi per parlare di questa società e di questa città. Aarau è un piccolo centro del Canton Argovia. A parte un conosciutissimo mercato delle carote, non ha altre particolari attrattive turistiche da offrire. Si tratta piuttosto di una città dormitorio. Operosa, questo sì, ma completamente satellite di ZURIGO, in cui si recano a lavorare ogni giorno la maggior parte degli abitanti.

Una delle maggiori glorie della cittadina è dunque proprio il locale club di calcio. Club che nel 1993 si è anche clamorosamente aggiudicato il titolo di Campione svizzero! Squadra leggendaria quella, con Roberto Di Matteo (vi parleremo anche di lui), il bulgaro Petar Alexandrov e il polacco Komornicki . L’ anno seguente, in Champions League, arrivarono ad un nulla dall’eliminare il grande Milan dalla competizione! Nel frattempo, però, Ciri era tornato a suon di grandi prestazioni alla casa madre del Grasshoppers. Cavallette che davvero non brillarono di lungimiranza in quell’occasione. Dovettero infatti sborsare 770’000 CHF (non una bazzecola per quei tempi), per riprendersi un giocatore che era già stato dei loro. Questa volta però Hitzfeld lo mette a centrocampo. In un centrocampo stellare, con Bickel, Marcel Koller e Alain Sutter. Un grandissimo Grasshoppers, che vince subito il titolo. Sforza entra così nel giro della Nazionale maggiore, a soli 21 anni. La parentesi zurighese si chiude però nel peggiore dei modi. Con il mostro sacro Leo Beenakker in panchina, il Grasshoppers incappa infatti in una stagione clamorosamente bucata. Oltre a dover subire l’onta del girone contro la retrocessione, perde anche la finale di Coppa Svizzera, per 4 a 1, contro il Lugano. Pensate che l’unica rete la firma il grandissimo Elber, nazionale brasiliano. Sfroza ha però già firmato un contratto con il Kaiserlautern, in Germania.

Nel 1993 sbarca così in Bundesliga, dove, a fianco di Andreas Brehme, si dimostra subito un giocatore dominante: reti, prestazioni sontuose ed un inaspettato secondo posto in classifica. Anche con la Nazionale svizzera Sforza raccoglie successi su successi, contribuendo (con altri) a riportare i rossocrociati ad un Mondiale (parliamo di USA ’94). Ed anche al mondiale si dimostra giocatore di livello assoluto. È del tutto logico che la squadra faro di tutto il movimento, il Bayer Monaco, lo voglia a tutti i costi nelle sue fila. I 7 milioni sborsati dalla squadra di Rehagel fanno sensazione (anche se oggi farebbero solo sorridere). Purtroppo però, nell’ambiente Bayern “Ciri” non riesce mai davvero ad integrarsi, e gioca una stagione sotto le attese. La stessa stagione in cui si formeranno anche le prime crepe con lo spogliatoio della Nazionale, complice il suo rifiuto di sostenere con gli altri giocatori il celeberrimo striscione “STOP IT CHIRAC”, sventolato dalla Nati per protestare contro gli esperimenti nucleari del presidente francese a Mururoa. 

Complice l’arrivo di Mister Roy Hodgson all’Inter, Sforza decide quindi di cambiare aria e di raggiungere il suo mentore della Nazionale svizzera a Milano. E qui siamo tornati alla domanda del titolo: “Nomen ist Omen”? Parliamo infatti della città degli Sforza. I duchi che hanno dominato la Lombardia per tutto il 400 e il 500, edificando il celebre castello che possiamo ammirare ancora oggi. Sarà vera gloria? Riuscirà il discendente degli antichi nobili a diventare il nuovo “Duca” di Milano? Purtroppo, no. Anzi, il povero Ciri finisce più per riproporre la disfatta degli svizzeri nella celeberrima battaglia di Marignano del 1515 (quando gli elvetici regnavano sul ducato di Milano sostenendo il trono di Massimiliano Sforza, ma furono sconfitti dai francesi alle porte della capitale Lombarda, mettendo fine per sempre alla politica di espansione della Confederazione), che non i fasti della Corte dei tempi migliori. Si tratta del secondo “fallimento”, e, soprattutto del secondo scacco consecutivo.

La sua promettente carriera si chiude dunque lì? Niente di più sbagliato. Fatto ritorno nel neopromosso Kaiserlautern, Sforza ne riprende in mano le redini del centrocampo, e, partita dopo partita, trascina la squadra ad una clamorosa vittoria della Bundesliga! Si tratta di un’impresa mai riuscita a nessun’ altra squadra sino ad ora, e che consacrerà Sforza a vero re della cittadina tedesca, nonché ad autentica leggenda in tutta la Germania. Tutto questo mentre nei cinema italiani ci si sconquassa dalle risate, guardando Aldo apostrofare Giacomo per quella maglia da discount presa al posto di quella del grande Ronaldo. Così può andare il mondo. Eroe da una parte, barzelletta dall’altra. Invece, fu vera gloria! A 30 anni, nel momento di massimo splendore della sua carriera, Hitzfeld lo rivuole (dopo gli anni nel Grasshoppers), anche a Monaco di Baviera. E così, Ciri va a riprendersi il numero 10, appena lasciato libero da Lothar Mattahaus. Ma il feeling con il Bayern non scatta nemmeno a questo secondo tentativo. Il suo carattere troppo sincero, anzi, quasi un po’ spigoloso, lo mette ben presto in fuorigioco. Anche il suo terzo ritorno al Kaiserlautern non va come sperato.

Al termine della stagione 2005/2006, culminata purtroppo con la retrocessione, “Ciri” mette fine alla sua carriera da giocatore. Ne inizierà però subito una da allenatore. Lucerna, Grasshoppers, Wohlen, Thun, Wil, Basilea e Sciaffusa. Nessun successo, ma risultati comunque interessanti, e spesso superiori al potenziale delle squadre assegnateli. C’è dunque del talento, anche fuori dal terreno da gioco. Purtroppo però è la depressione, di cui Sforza parlerà apertamente, la sua nuova compagna di viaggio. Limitante, schiacciante, angosciante. Tra alti e bassi Ciri lotta dunque attorno ai rettangoli verdi, ma anche e soprattutto contro se stesso e contro i propri fantasmi. Lo fa con successo. Certamente grazie anche a quel carattere che, seppur a volte gli ha magari precluso qualche ulteriore successo, altre lo ha aiutato a rialzarsi e ad imporsi. Lui, ragazzo cresciuto nella periferia del calcio, assurto a Re di Germania ma, anche, a zimbello d’Italia. Per noi svizzeri, allergici ad ogni forma monarchica, sarà però sempre e solo il mitico “Ciri”. 

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