Ciro Ferrara: dicotomia di una bandiera
Torna su Sport del Sud la penna di Paquito Catanzaro. Dopo Taglialatela, Palanca e Mister Conte, arriva il racconto di Ciro Ferrara. Da Diego alla Juventus.
STUDIO FOTOGRAFICO BUZZI SRL - Stefano RavagliaIn fondo glielo aveva detto Diego. Di accettare la corte della Juventus per continuare a vincere o, quantomeno, restare competitivo.
È l’estate del 1994 e Luciano Moggi ha appena ingaggiato Marcello Lippi, autore di un autentico miracolo all’ombra del Vesuvio. Una nidiata di ragazzini lanciata in prima squadra – su tutti Cannavaro e Pecchia – e un paio di calciatori rigenerati, come Paolo Di Canio, trasformato in una sorta di George Best all’italiana.
Ciro Ferrara è il capitano di questo gruppo. Lui che, ad appena 27 anni, è il maturo leader di un gruppo che ha lanciato il cuore oltre l’ostacolo e conquistato il pass per la Coppa Uefa nonostante più di uno credesse che il Napoli sarebbe arrivato decimo.
Ferlaino vuole aprire un nuovo corso, che preveda innanzitutto il risanamento delle asfittiche casse azzurre. Cede alla Roma Fonseca e Thern, restituisce Gambaro e Di Canio ai legittimi proprietari, dopodiché si siede al tavolo con Moggi per trattare la cessione del proprio capitano. Il quale ragiona da professionista ma non riesce a tacere la coscienza da tifoso. È il capitano del Napoli e la Juventus, in questi nove anni, è stata più di un’avversaria: è stata “La rivale”.
I bianconeri sono l’emblema di un settentrione borghese contrapposto al Mezzogiorno proletario. Prima Platini, poi Baggio, infine Alessandro Del Piero: numeri 10 che hanno fatto spellare le mani dei tifosi e trasformato in incubi le partite contro i bianconeri.
Ciro mette in conto tutto questo, ma pure il suo contrario: giocare a Torino significherebbe restare ad alti livelli, lottando per lo scudetto e magari puntare a quella Coppa dei Campioni che nemmeno sua maestà Diego è riuscito a conquistare.
Ed è proprio al dio del calcio che Ciro chiede consiglio: un’udienza privata nella quale l’asso argentino valuta col suo Ciruzzo i pro e i contro di giocare all’ombra della Mole.
«I tifosi la prenderanno malissimo» sospira Ciro, il quale immagina l’accoglienza che gli riserverà il “San Paolo”: fischi, cori di scherno e striscioni dove si cercherà la rima con la parola “traditore”.
«Valuta pure gli aspetti positivi» gli dirà Diego. Ferlaino, negli anni, ha attinto dalle casse della società manco disponesse di un pozzo senza fondo. Gli azzurri reggeranno al massimo un decennio e non è detto che, in questo periodo, si resterà competitivi. Meglio provare il grande salto adesso, garantendosi altre dieci stagioni – o giù di lì – ad alti livelli.
«Con Lippi vinci pure la Champions, fidati di me.»
Di fronte a cotanta investitura, a Ciro non resta che accettare la corte di Moggi e diventare, di lì in poi, un pilastro della difesa bianconera.
Per undici campionati sarà un riferimento tanto in campo quanto nello spogliatoio, vincendo tutto – Champions compresa – e studiando da “allenatore in campo”. Non a caso, due anni dopo la fine della carriera, Lippi lo vorrà come suo vice nella spedizione azzurra in Germania. Lì dove un’Italia sconvolta da Calciopoli metterà da parte polemiche e prime pagine per conquistare una Coppa del Mondo che mancava da ventiquattro anni e consentendo a Ciruzzo di sollevare un altro trofeo, stavolta da vice allenatore.
Resta un rammarico per Ciro: tornare a Napoli sempre e solo da avversario. A chi sostiene che sia ormai un torinese, risponde: «Torno a casa ogni volta che posso. E quando non posso, mi invento una scusa per rivedere i luoghi in cui sono cresciuto.»
È questione di DNA: se sei nato a Napoli, resti tale a dispetto della maglia che indossi. E Ciro ha fatto l’emigrante, facendo forse le fortune di un’odiata rivale, ma scegliendo di vivere al meglio la propria carriera, aggiungendo trofei alla propria bacheca e un mare di aneddoti con cui allietare gli ospiti che, da Napoli, ora “salgono a Torino” per andare a trovarlo.
Ogni occasione è buona per citare Diego e il settennio leggendario che visse il suo Napoli. A chi gli chiede: «Ma come hai fatto ad accettare l’offerta della Juve?» risponde serafico: «È stato Diego a convincermi.»
