A Copenhagen in scena il pacco, doppio pacco e contropaccotto
Nel freddo di Copenhagen il Napoli è capace di buttare alle ortiche un'occasione più rara che unica. La qualificazione ai playoff diventa più complessa: lo sfarfallio nello stomaco dei tifosi Napoletani fa più rumore di una bottiglia lanciata contro un muro.
il Copenhagen ferma il Napoli - credits to Intagram fc_KobenavnFa freddo a Copenhagen, uno di quei climi pungenti e proibitivi per chi è abituato a stare a temperature miti tutto l’anno. Qualcuno negli aerei colmi di fede e speranza, ha abbozzato a qualche abito non così pesante, del tipo “io sopporto il freddo”. Come no, poveri illusi. Il freddo che attendeva i partenopei, che con la propria sirena Partenope andavano a sfidare “La Sirenetta” di Andersen, non era niente a confronto del gelo che li avrebbe accompagnti a fine gara.
Perché bisogna partire proprio da qui, dai tifosi: qualcuno dice “bravi voi che dite che bisogna sostenere, solo la maglia, al di la del risultato… tutte sciocchezze!” È senz’altro un punto di vista, ma che va contestato in quanto se non ci fossero questi famosi “ideali”, probabilmente sarebbe una passione spicciola.
D’occasione, e qui non c’entra essere allo stadio o sul divano: pensare ai propri colori è il faro che può illuminare le notti buie nel mare in tempesta. E sono proprio i tifosi a pagare l’andamento dei risultati e delle prestazioni. Le premesse della gara sembravano buone, tanto da scaldare qualsiasi gamba posta sotto il tavolo durante la cena di un martedì qualunque.
Il Napoli a Copenhagen parte sorprendentemente bene. I danesi erano fermi da un mese, mentre i partenopei erano un mese che non si sedevano nemmeno sul divano. Gli azzurri di Conte quindi, reduci da una prestazione faticosa in casa contro il Sassuolo, fanno tutto bene… per un po’. Poco dopo la mezz’ora del primo tempo, il Copenhagen è già in dieci uomini per una entrata da macellaio del martedì sera, invitato alla partita di calciotto al campo del quartiere, da parte di Delaney. Dopodiché gli azzurri si fanno un regalo extra, con il solito indomabile Scott: capocciata e Napoli in vantaggio.
A quel punto il freddo lascia spazio ad un tepore ristoratore, la partita è lì, apparecchiata come una tavola la domenica. Devi solo sederti e mangiare. E invece no: il Napoli decide di rovesciare il tavolo, inciampare nella sedia e dare fuoco alle posate, e lanciare i panzarotti preparati con tanta cura, nella ciotola del cane.
A Copenhagen la sagra dell’ “io so io, e voi non siete un…”
Il motivo è dato dall’ingresso in campo nel secondo tempo. La sensazione non è quella di vedere una squadra scarica, perché a queste condizioni c’è anche da aspettarselo – giustamente. Ma una presunzione che non fa parte dell’animo azzurro, convinti che la partita ormai sia in ghiaccio. Ed ecco che a Copenhagen va in scena il classico pacco napoletano. La sensazione di ogni tifoso è proprio questa, quando Buongiorno decide di affossare un innocuo attaccante danese, trovatosi in area di rigore quasi per caso, mentre andava a comprare le mozzarelle. Bum, atterrato: calcio di rigore.
Ci si sente come quando si compra qualcosa al mercato, si torna a casa e ci si trova un bel mattone. Ma ecco che il barbuto portiere può rimediare. Rigore, parato: ribattuta e gol. Il Copenhagen pareggia. L’amaro ha la sensazione del doppio pacco subito. Dall’esultanza minima di aver risolto la questione, al gol subito: doppia delusione.
Si sta per materializzare una elusione cocente, e chiamarla “occasione persa” è quasi un complimento. Più che una partita, una piccola tragedia calcistica in salsa azzurra, di quelle che ti fanno spegnere la TV e fissare il muro come dopo un errore esistenziale. Ma dopo aver subito il pacco e il doppio pacco, toccherebbe a noi fare il contropaccotto ai biscottoni danesi. Dentro Lang e Lucca, etichettati ad oggi come l’emblema del fallimento estivo della società.
A dire il vero l’olandese un po’ ci prova, e forse, anche se in odore di saluti, avrebbe meritato un minutaggio più elevato, figlio di alcune scelte non proprio perfette dell’allenatore. Spoiler: si farà male anche lui a fine partita (segno che l’impiego spropositato spesso c’entra ben poco – per i tuttologhi).
E quindi, con l’uomo in più, anziché chiuderla, gestirla, addormentarla come si fa con le squadre mature, il Napoli inizia a giocare come chi ha appena scoperto di aver lasciato il gas acceso a casa: confuso, distratto, nervoso. Il pallone scotta, le distanze saltano, la concentrazione evapora come acqua su una padella rovente.
Il pareggio del Copenhagen è sciocco, evitabile, quasi didattico. Un gol che nasce non dalla forza degli altri, ma dalla leggerezza del Napoli. Una di quelle situazioni in cui ti chiedi se in campo stessero pensando alla partita o alla cena del dopogara. È come essere avanti di due lunghezze all’ultimo giro e fermarsi a salutare il pubblico.
Da quel momento in poi, il Napoli non reagisce: scompare. L’uomo in più diventa invisibile, il vantaggio un ricordo sbiadito, la vittoria un’illusione ottica. Il Copenhagen, che fino a poco prima sembrava un pugile barcollante, prende coraggio e ringrazia per il regalo. Perché sì, più che un pareggio conquistato, questo è un pareggio donato. E allora eccola la palla del vantaggio, capitata sui piedi dell’attaccante più discusso della stagione: Lucca.
Anziché “schiattare” il pallone e che “muoia Maciste e futti i farisei” (Benigni cit.), la sciaccia a terra. Dalle tv si vedono le mani dei partenopei assiepati, stoici e cantanti in retro curva, agitarsi con la classica mano a cuoppo in su e in giù. Come a dire “improperi vari – inserire imprecazioni vostre a piacere”. E la sensazione che il contropaccotto, anziché farlo ai ragazzi di Copenhagen, ce lo siamo auto fatti. In casa.
Bisogna ammettere dei fallimenti, solo in questo modo si può analizzare cosa davvero è successo. Alcuni calciatori non sono pronti per questa competizione, che si fa veramente complessa, e soprattutto non sono da Napoli. Va riconosciuto.
Intanto, per le strade di Napoli, avvistate persone che mentre erano i primi ad esultare per lo scudetto, con tanto di foto ricordo in ogni piazza della città, abbaiano i classici “lo sapevamo, ve l’avevamo detto, evviva ora si giocherà una partita a settimana”. Non c’è nulla di più tossico di chi rema contro tra le tue fila, di chi ora nelle tv private non vede l’ora di fare da fuoco amico.
Ci sono tanti cocci da raccogliere: noi siamo pronti con colla e scotch (o meglio dire SCOTT), altri probabilmente preferiscono calpestarli e sentirne il fragore sotto i piedi.
Omnia cum tempore.
