Stanley Menzo e il Suriname agli spareggi, nel segno di Cruyff

Per "Insolite coordinate", Luigi Guelpa racconta la parabola di Stanley Menzo, l’allievo silenzioso di Cruyff che oggi guida il Suriname verso un sogno mondiale. Un uomo che ha imparato a guardare oltre la porta, oltre il campo, oltre il colore della pelle.

Articolo di Luigi Guelpa26/11/2025

Stanley Menzo cammina ancora con l’aria di uno che ha imparato a parare prima di capire perché il mondo ce l’avesse con lui. Da ragazzo, all’Ajax, sembrava un apparizione venuta da qualche porto lontano, uno di quei posti dove la gente parla piano per non spaventare il mare. A volte gli urlavano dietro “non è un portiere da Ajax”, e quel “non” voleva dire “non del nostro colore”, come se il talento dovesse essere bianco per contratto. Lui, invece, rispondeva volando: braccia lunghe, riflessi da giaguaro, la porta come una stanza che conosceva al buio.

Menzo non parlava molto, ma quando lo faceva tirava fuori le parole con la stessa cura con cui Johan Cruyff gli aveva insegnato a uscire dai pali: “osserva, pensa, poi fai”. Cruyff non gli parlava della pelle, ma della testa. Gli diceva che un portiere dev’essere il primo regista della squadra, il più lucido, quello che vede tutto. Forse per questo Menzo, anche oggi, sembra sempre un po’ più saggio degli altri, come se avesse un secondo paio d’occhi nascosto da qualche parte.

La sua seconda vita comincia lontano da Amsterdam, oltre il rumore dei canali e il gelo del giudizio, in mezzo alle foreste umide del Suriname. Lì, tra campi storti e ragazzi che giocano scalzi, Stanley si è ricordato di chi era: il figlio di una terra che non ha paura di sognare, anche quando non ne avrebbe il diritto. Ha rimesso ordine. Ha messo i portieri a studiare i lanci come fossero temi scolastici. Ha insegnato ai difensori che ogni pallone vale una vita. E ai ragazzi più giovani ha spiegato che a volte il mondo ti guarda storto proprio perché stai andando nella direzione giusta.

Il miracolo è venuto lentamente, come tutte le cose serie. Un pareggio strappato al vento d’America. Poi un’altra vittoria, e all’improvviso il Suriname è finito lì dove nessuno credeva possibile: agli spareggi mondiali. La gente ha ballato per strada. Stanley no. Lui è rimasto fermo, le mani intrecciate dietro la schiena, lo sguardo lontano. Sembrava che da qualche parte, lassù nel cielo equatoriale, stesse rivedendo Cruyff che gli sorrideva da sotto la solita sigaretta: “Vedi, ragazzone? Avevo ragione io. Il calcio è semplice. Le persone, un po’ meno”.
Forse è per questo che i suoi giocatori lo seguono: perché non si è mai vendicato del mondo, non ha mai gridato contro nessuno. Ha scelto invece di insegnare, come aveva fatto il suo maestro.

E se il Suriname dovesse davvero volare fino a un Mondiale, ci sarà una foto di Stanley Menzo che merita di essere stampata: non mentre esulta, ma mentre osserva. Come fanno gli uomini che hanno imparato a vedere oltre la porta, oltre il campo, oltre il colore della loro pelle.

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