Oltre la disabilità: la straordinaria storia di Paolo Capasso, un ragazzo veramente in gamba
La storia di Paolo Capasso: la passione per il calcio e una resilienza fuori dal comune lo portano a superare ogni ostacolo, trasformando la sua disabilità in una fonte di forza.

Siamo alla solita partita di calcetto infrasettimanale, quella amata da milioni di appassionati, immancabile e intrisa di ritualità, spesso caratterizzata dal susseguirsi di imprevisti, primo fra tutti l’immancabile assenza di uno dei giocatori.
Fortunatamente, un ragazzo si offre di portare suo cugino, la partita è salva.
Solita chiamata per fare le squadre, possibilmente equilibrate, e solito cliché: “Cosa potrebbe mai succedere sta volta? Il ragazzo nuovo non ha una gamba?”, faccio al mio amico scherzando.
Con tono sommesso e a tratti incerto mi risponde che potrebbe essere così, ma non ne era così sicuro in quanto avrebbe potuto essere uno scherzo. Aveva visto solo uno sticker su Whatsapp ma era da lontano.
Prima imbarazzo, poi sincera curiosità da parte mia, con la certezza che qualora così fosse stato, non sarebbe mai potuto essere scarso o inadeguato.
Tra le facce stranite dei presenti e con il consueto ritardo, inizia la partita.
Spoiler: eravamo in squadra insieme e abbiamo perso 13-6 e Paolo, quello nuovo, fa tre gol e un assist. Perdiamo clamorosamente, ma per colpa dei nostri piedi. E del cugino che non tornava. Ma questa è un’altra storia.
Chi ama il calcio sa che il terreno di gioco è una grande metafora della vita e questa è una storia di vita.
Napoli, 1997. Inizia la storia di Paolo Capasso, un giovane caparbio e determinato, nato con una sfida genetica: l’assenza di una gamba. O con la presenza di una sola gamba, come direbbe lui, dipende dai punti di vista.
Tuttavia, la sua passione per il calcio e una resilienza fuori dal comune lo portano a superare ogni ostacolo, trasformando la sua disabilità in una fonte di forza.
Fin da bambino, Paolo affronta la vita con semplicità, per come gli è stata donata ed è proprio con questa naturalezza che affronta la sua passione per il calcio. Nonostante i dubbi iniziali dei medici sulla sua capacità di correre e ancor di più di fare attività sportiva, il desiderio di esprimersi attraverso lo sport prevale sulla disabilità, tanto è vero che poco ci è voluto in famiglia per guadagnarsi l’appellativo di “cavallo pazzo”.
Giocare in giardino con una protesi di cellulosa diventa per lui un modo per esplorare le proprie capacità, anche se la strada è decisamente in salita. Tante infatti le cadute, le stigmati alle mani, i dolori all’anca e le abrasioni dovute alla protesi che sì gli permettevano di esprimersi con libertà, ma a caro prezzo.
Esplosività e imprevedibilità le caratteristiche di Paolo, proprio come quelle del suo idolo “Pocho” Lavezzi, che diventa pian piano il suo modello, spingendolo a sognare di emularne le gesta in campo.
Nel 2014, la vita di Paolo giunge ad un punto di svolta quando scopre l’esistenza della Nazionale Italiana di Calcio per Amputati, che di fatto lo spinge ad abbandonare la vecchia e odiata protesi di cellulosa per imparare a giocare con le stampelle.
La transizione dal giardino di casa al rettangolo di gioco non è stata certamente facile, ma l’opportunità di confrontarsi con persone che condividono le sue stesse difficoltà lo spinge a dare il massimo, imponendogli quotidianamente nuove sfide, fisiche e mentali: imparare a correre con le stampelle, a passare, a calciare, a cadere ma soprattutto a rialzarsi.
La precisione diventa cruciale e la velocità di esecuzione diventa una skill fondamentale per adattarsi alle nuove circostanze.
Come se non bastasse, non essendo il calcio per amputati riconosciuto come sport paralimpico, sono pochi se non nulli i contributi economici, demandando la preparazione dei singoli atleti alla benevolenza di sponsor e alle risorse economiche degli atleti.
Ma Paolo non si lascia abbattere e arrivano le prime soddisfazioni. Prima la convocazione per il Mondiale in Messico, poi quinto posto agli Europei in Turchia nel 2017, ottimo piazzamento considerando che la Nazionale Amputati è nata solo nel 2013 e che coloro che la rappresentano si allenano prevalentemente da soli.
Ciononostante, Paolo inizia ad allenarsi da solo come un professionista, con il preparatore della nazionale che, seppur a distanza, gli da un programma rigoroso, seguendolo pedissequamente nei suoi progressi.
La sua routine di allenamento è un mix di disciplina, dedizione e un pizzico di audacia, con sessioni focalizzate sulle ripetizioni 6×300 e allenamenti full body in palestra con un personal trainer per potenziare la parte superiore del corpo e la potenza esplosiva delle gambe, tutto finalizzato ad un unico grande obiettivo: sensibilizzare al riconoscimento e alla crescita del Calcio Amputati. Il calcio è uno sport inclusivo e di squadra e come tale va affrontato, ancor più quando si rappresenta il proprio paese, per questo non si lascia mai sfuggire l’occasione di organizzare partite infrasettimanali, invitando chiunque a unirsi a lui, a prescindere dalle capacità.
La storia di Paolo è un potente promemoria della forza della resilienza umana e della capacità di superare ogni ostacolo con determinazione e spirito positivo.
La sua visione della disabilità, intesa come una diversa abilità, e la sua incrollabile forza mentale fungono simultaneamente da monito e da ispirazione a tutti, invitando a valutare la vita con gratitudine e a non lasciarsi limitare da percezioni soggettive dei propri confini.
Paolo infatti non è solo un giocatore di calcio; è un simbolo di come lo sport possa essere uno strumento di miglioramento e di crescita personale.
La sua storia, infatti, è un manifesto per chiunque affronti sfide simili a non arrendersi mai, a perseguire i propri sogni con coraggio e a condividere le proprie storie di successo per ispirare gli altri, invitando con l’occasione chiunque abbia le sue stesse difficoltà a contattarlo.
Grazie, Paolo, per averci mostrato che, sul campo come nella vita, non ci sono limiti a ciò che possiamo conseguire con passione e perseveranza.
Attendiamo con ansia la prossima partita, certi che tu sarai sempre un esempio brillante di come si possa giocare la partita più importante: quella della vita.
