Seixas accende le Ardenne: il ciclismo ritrova la sfida

Vince la Freccia Vallone senza Pogačar, ma è alla Liegi-Bastogne-Liegi che il francese si rivela davvero: può essere lui l’uomo che riapre le corse

Articolo di Mario Bocchio29/04/2026

Ci sono vittorie che rischiano di essere ridimensionate dal contesto. E poi ci sono prestazioni che fanno esattamente il contrario: allargano il contesto, lo ridefiniscono, gli danno un significato nuovo. La Freccia Vallone vinta da Paul Seixas, senza Tadej Pogačar al via, poteva sembrare una parentesi. La Liegi-Bastogne-Liegi l’ha trasformata in un indizio.

Perché sì, il dato è chiaro: Pogačar non c’era sul Muro di Huy. E in un’epoca segnata dal suo dominio, ogni assenza pesa quanto una presenza. Ma fermarsi a questo significherebbe perdere il punto centrale. Seixas non ha solo approfittato di un vuoto: ha riempito quello spazio con qualcosa di riconoscibile, di solido, di promettente.

Sul Muro di Huy ha corso da padrone, con una sicurezza che non appartiene ai gregari in cerca di giornata buona. Ha scelto il momento, ha imposto il ritmo, ha vinto senza esitazioni. È stato il modo più convincente per dire: io ci sono. Ma era lecito chiedersi quanto quel successo avrebbe retto al ritorno dei più forti, alla durezza vera, alla corsa lunga.

La risposta è arrivata sulle strade della Liegi-Bastogne-Liegi. Lì dove non basta uno scatto, dove la selezione è lenta e crudele, dove la corsa si apre e si richiude decine di volte. Ed è proprio lì che Seixas ha smesso di essere una sorpresa per diventare una presenza.

Quando Pogačar ha fatto ciò che Pogačar fa – alzare il ritmo, scremare, trasformare la corsa in una questione per pochi – il francese non è evaporato. Non ha vinto, ma è rimasto. Ed è in quel “restare” che si nasconde il segnale più importante.

Perché il ciclismo degli ultimi anni ha avuto un problema sottile: non la mancanza di campioni, ma la mancanza di opposizione credibile. Le corse diventavano racconti lineari, con un protagonista e molti spettatori. Bellissimi, sì, ma prevedibili.

Seixas, tra Freccia e Liegi, ha incrinato questa linearità. Non ha ancora ribaltato i rapporti di forza, ma li ha messi in discussione. Ha dimostrato che esiste un modo diverso di stare in corsa: non in attesa, non in difesa, ma in confronto. La differenza è tutta lì. Non si tratta di battere Pogačar ogni volta – impresa che resta, oggi, fuori scala per chiunque – ma di costringerlo a correre davvero. A pensare. A non dare nulla per scontato.

E per farlo serve una qualità rara: la continuità mentale prima ancora che fisica. Seixas l’ha mostrata in due contesti opposti. Ha vinto quando mancava il dominatore. Ha resistito quando il dominatore c’era. È questa doppia lettura che cambia la prospettiva.

Non siamo ancora davanti a una rivoluzione. Il ciclismo non cambia padrone in una settimana. Ma qualcosa si è mosso. Una crepa, piccola ma visibile, si è aperta nel racconto delle Ardenne. E dentro quella crepa si intravede una possibilità: quella di corse meno scontate, più aperte, più vive.

Paul Seixas non è ancora l’anti-Pogačar. Ma – a 19 anni – è, forse, il primo corridore da tempo capace di rendere sensata la domanda. E in uno sport che vive di attese e di tensioni, a volte è proprio una domanda a fare la differenza.

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