Napoli, il Barcellona non ha vinto di rigore: blaugrana di un’altra categoria
Inutile aggrapparsi al rigore non dato al Napoli per giustificare l'eliminazione degli azzurri, il Barcellona ha meritato e gli azzurri no.
Foto MoscaIl contatto Cubarsi-Osimhen in Italia è rigore dieci volte su dieci, a meno che il difensore non si chiami Bastoni o giù di lì. In Europa te lo fischiano a seconda della simpatia di cui il club gode tra i piani alti della UEFA. Al momento il Napoli è in zona retrocessione nella classifica della “gradibilità”, dopo le ultime uscite demenziali di De Laurentiis.
Makkelie a parte invertite lo avrebbe dato, ma in generale l’arbitro olandese non ha avuto una direzione di gara sbilanciata, semplicemente sbagliata, da 4 in pagella: serata orribile. Oltre l’arbitraggio peró c’è di più. Il Napoli dice addio alla Champions e al prossimo Mondiale per club in un colpo solo e non può sentirsi certo derubato, bensì colpevole. Il Barcellona ha meritato di passare, come da tabellino, lo ha fatto anche ai punti fosse stato un incontro di boxe.
Nei 180’ minuti non c’è stata storia. Gli uomini di Calzona hanno dato segnali incoraggianti sotto il profilo della personalità e della fiducia, nel gioco e nei principi proposti dal nuovo tecnico, gli avversari, dal proprio canto, sono risultati semplicemente superiori. Sarà che non ci troviamo più di fronte al Barcellona delle meraviglie che ha dominato l’Europa sconquassandola come i vandali, ma in alcuni singoli, nonostante le lacune, è di un’altra categoria.
Cancelo, Gundogan, Yamal, Raphinha, ieri sembravano dei professionisti trovatosi in un match tra scapoli e ammogliati. Andavano alla velocità di un videogioco, così come le azioni che hanno imbastito (vedi la trame che hanno portato alla rete che ha aperto il match di Fermin Lopez, e a quella che l’ha chiuso di Lewandowski). Ci illudiamo troppo spesso sul livello del calcio italiano, ma basta guardare una nobile decaduta per accorgersi di essere in fallo. Dei super singoli blaugrana abbiamo già detto, basta menzionare tutti gli indisponibili, Lewandoski, Ter Stegen, i giovani terribili Fermin Lopez, Pau Cubarsi, per non avere motivo di dubitarne. Per quanto riguarda il centrale, a 17 anni ha annullato Osimhen: “famose a capì”.
Il Napoli ci ha provato, così come in casa. Lo ha fatto anche al Montjuic, semplicemente non è stato all’altezza. Il famoso gap non si colma con l’impegno. È stata una prestazione volenterosa quella azzurra. I quasi ex campioni d’Italia hanno approcciato male al match, concedendo ai marziani blaugrana la possibilità di fare i cerchi nel grano: hanno fatto due gol nel giro di diciassette minuti (Fermin Lopez e Cancelo). Un doppio gancio che avrebbe tramortito chiunque.
C’è stato invece la reazione partenopea coadiuvata da un leggero calo fisiologico degli avversari. Tra la fine del primo tempo e l’inizio del secondo tempo si è creato abbastanza per uscire, per così dire, a testa alta. Al 30esimo l’ha riaperta Rrahmani, su un’azione partita proprio dai suoi piedi e conclusasi con gli stessi. Pochi minuti dopo stessa sorte non tocca a Di Lorenzo, che di testa va vicino al 2-2, negatogli da un Ter Stegen in serata “prendi tutto”. Alla ripresa come dicevamo qualche altro sussulto, Kvara fa risuonare i primi, e purtroppo unici, vagiti di una serata anonima, concludendo da fuori. Il georgiano ha tanto da lavorare per essere in grado di incidere in questi palcoscenici, sia sotto l’aspetto mentale, che tecnico-tattico, non può ridursi ad una sola giocata: rientro e tiro, Insigne ci si è fossilizzato in quella pratica tanto da ingabbiarne il proprio talento.
Dopo un intervallo di “secca”, il Barcellona ha deciso di chiuderla, è stato bravo Meret a rimandarlo. Calzona ha messo tutte le carte sul tavolo dentro Lindstrom e Raspadori. Sulla capoccia del danese, al minuto 80’, lo slogan “sliding doors”, ovvero “gol sbagliato, gol subito”. Il danese è saltato ad occhi chiusi in mischia, lasciato colpevolmente solo dai difensori bluagrana, non assolvendo la palla dell’Ave Maria. L’ha messa fuori ed era più facile il contrario. Lì la banda Xavi ha avuto un brivido da Brancamenta. Si è riversata davanti, futebol bailado, tanti tocchi, l’ultimo del neo entrato capitano Sergi Roberto (l’hombre della Champions) in area per Lewa: 3-1. Cerró el baile. Napoli incornato e scornato, scordato.
Fuori da tutto a marzo, quando si dovrebbe essere dentro tutto per giocarsela fino alla fine. Ma la fine è già arrivata. Adiós alla Coppa dalle grandi orecchie. Adiós al Mondiale per club. È il saludo della estación. Già detto alla Coppa Italia, già detto alla Supercoppa. È un fallimento, comunque andrà. Quarto o quinto posto che si voglia, con tutte le disgrazie altrui connesse (vd. Milan). Dalì una volta disse “più di tutto mi ricordo il futuro”. È l’unica cosa sulla quale lavorare, il passato e il presente sono già perduti.
