Franco Selvaggi: l’eroe Mundial dimenticato. Spadino da Pomarico

Franco Selvaggi, l'eroe di Pomarico raccontato da Paquito Catanzaro. Lo "Spadino" Mundial che fece innamorare Bearzot.

Franco SelvaggiFotoAPS - Claudio Sabattini
Articolo di Paquito Catanzaro24/01/2026

Quando racconta in giro d’esser stato uno degli eroi del Mundial di Spagna nessuno si fida, perciò è costretto a dire: «Se non mi credi, dà un’occhiata a Wikipedia.»

L’enciclopedia online conferma: Franco Selvaggi è stato Campione del Mondo nel 1982 con la Nazionale allenata da Enzo Bearzot.

Il tecnico friulano si prese un bel rischio, quell’estate, preferendolo a Roberto Pruzzo, fresco capocannoniere della serie A.

«Selvaggi è più funzionale al mio gioco» s’era giustificato il commissario tecnico, aggiungendo che aveva bisogno di un attaccante di manovra, brevilineo e in grado di inserirsi negli spazi. Nulla, il popolo azzurro e la pattuglia dei giornalisti sbarcati in Spagna aveva protestato e costretto l’allenatore a svelare anzitempo il suo progetto: «Il titolare sarà Paolo Rossi. Lo aspetto da mesi e sono sicuro che farà bene. Franco Selvaggi sarà uno dei gregari, pronto a dare il suo contributo in caso di necessità.»

Il diretto non s’era scomposto, limitandosi a un avveduto: «Sono pronto.»

In fondo, il suo obiettivo lo aveva già raggiunto: sarebbe entrato nella Storia come il primo calciatore lucano convocato in Nazionale. Il primo abitante di Pomarico a partecipare a una spedizione mondiale. Un vero e proprio eletto, pronto a camminare impettito tra i vicoli della sua cittadina.

Tuttavia, in paese voleva tornarci da campione del mondo e, dovendo accontentarsi di un ruolo da comprimario, Franco pensò bene di dare il suo contributo all’interno dello spogliatoio e sul campo di allenamento.

Spadino – questo il soprannome di Selvaggi – era l’avversario ideale quando si scendeva in campo con addosso la pettorina per distinguere i titolari dalle riserve. L’attaccante del Cagliari, infatti, era il più sudamericano tra quelli a disposizione di Bearzot. Non era una questione tecnica ma di imprevedibilità. Capace come pochi di attaccare gli spazi, Selvaggi aveva la rara dote di destabilizzare il marcatore di turno, privandolo di qualsiasi punto di riferimento. I terzini lo consideravano una rogna, mentre agli stopper più scafati toccava sudare due magliette pur di tenere a bada quell’attaccante atipico che in Sardegna aveva trovato la sua dimensione professionale. Pochi gol, ma tanto lavoro sporco in giro nei dintorni dell’area di rigore.

Avesse giocato, uno così avrebbe fatto impazzire l’intera difesa della Germania Ovest e magari pure quella dell’Argentina. Ma Bearzot aveva altri piani: aspettava la “fioritura” del bomber Paolo Rossi e il lavoro di sponda di Ciccio Graziani, pronto a mandare in campo, quando e se necessario, Alessandro “Spillo” Altobelli, uno che la confidenza col calcio internazionale ce l’aveva per davvero.

Completata con successo la spedizione spagnola e tornato in Lucania da eroe, Franco pensò bene di ritagliarsi il suo personalissimo momento di gloria. Non poteva vantare esperienza in campo, ma alla voce “aneddotica” poteva dire la sua.

Se Zoff e Causio avevano aggiunto sul curriculum “Partita di scopone scientifico col commissario tecnico e con il presidente della repubblica Pertini”, Selvaggi aveva in repertorio la convivenza tutt’altro che semplice con Marco Tardelli. Il centrocampista juventino – che sarebbe passato alla storia per un urlo assai simile a quello impresso sulla tela da Munch – soffriva infatti d’insonnia ed era necessario, quindi, affiancargli in camera qualcuno che tollerasse le sue notti in bianco. Qualcuno col sonno così pesante da fregarsene della luce accesa e del moto perpetuo di un ventisettenne in grado di restare sveglio talvolta fino al sorgere del sole. Completamente votato alla causa azzurra, Franco aveva detto: «Nessun problema, mister. Con Marco ci dormo io.»

E così aveva fatto, senza una lamentela e senza abuso di camomilla dopo cena.

In fondo, sapeva che il suo non sarebbe stato un ruolo da protagonista, tuttavia voleva serbare un buon ricordo del suo primo e unico Mondiale: quello vinto da comprimario, inserito in un elenco di ventidue calciatori nel quale figuravano terzini diciottenni – che avrebbero debuttato in finale – e portieri quarantenni con la fascia di capitano al braccio. In mezzo a loro anche lui, Franco Selvaggi da Pomarico, il primo calciatore lucano nella storia della Nazionale.

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