Il Napoli di Conte: un superpredatore in cima alla catena alimentare
Il Napoli di Conte ha forza e freddezza, Non c’è spazio per la paura, si prende ciò che si deve, con i denti, che sia un risultato o un primo posto.
FOTO MOSCAIl Napoli di Antonio Conte è un superpredatore, tra i grandi felidi, uno a caso. Si trova in cima alla catena alimentare – in questo caso rappresentata dalla classifica – per delle caratteristiche inequivocabili: forza, freddezza, capacità di attesa, cinismo.
Non c’è spazio per il tentennamento, la paura, si prende ciò che si deve, ciò di cui si ha bisogno, con i denti, che sia un risultato o un primo posto.
Il Monza ieri, al Maradona, ha svolto il ruolo dell’antilope. Gli azzurri l’hanno osservato di nascosto, l’hanno lasciato vivere fino a che non si rendesse conto di essere già nella morsa della morte. I brianzoli sono stati azzannati senza pietà nel momento in cui sembravano poter resistere. Era un’illusione.
Il Napoli ha dominato, con o senza il dominio territoriale o del possesso, in barba ai grandi maestri del calcio. Due reti nel primo tempo, risultato nel freezer al duplice fischio. Ha rallentato nella ripresa, ma era solo un recupero attivo, calcolato. Le grandi squadre sanno quando accelerare. Andare al massimo sempre è controproducente. Il calcio non è una 100 metri, si avanza di tre punti non per tempi o chilometri percorsi.
A sei giornate dall’inizio del campionato il Napoli è lì, primo, musetto avanti rispetto alla Juventus (13 a 12). Non c’è da meravigliarsi, né da gridare al miracolo, è sorprendente solo per chi non credeva nel mercato fatto dal Presidente e nei frutti del lavoro. Senza girarci intorno il principale artefice di questa rivoluzionaria rinascita è Antonio Conte. Ha distrutto quanto rimaneva degli azzurri, partendo dalle fondamenta – ovvero dal culto dell’estetica – recuperato tra i rottami ciò che poteva servire come rame, poi rimesso tutto in piedi. Il Napoli smarrito oggi è un Napoli più presente che mai, da impaurito a cattivissimo, da sazio ad affamato, da misericordioso ad ineluttabile.
L’avreste mai detto dopo il 3-0 di Verona? Avreste mai pronunciato la parola scudetto quella notte? Allo “juventino” fischieranno le orecchie fino a maggio al suono di tricolore ma è lì dove punta la sua maniacalità della fatica. Non si scappa, seguendo alcune rotte non c’è possibilità di finire altrove. Antonio Conte è una strada chiusa.
Lo è anche nei confronti dei suoi. Al 75esimo Kvaratskhelia ha lasciato il campo per fare spazio a Mazzocchi e passare al 5-4-1. Bisognava solo cullare il risultato. Il georgiano non è stato felice, anzi, non si è sognato di manifestarlo, piuttosto giurato di convertire quella rabbia in energia per il prossimo impegno: l’unica valvola di sfogo.
Gli azzurri hanno lasciato metri al Monza nei primi minuti. I brianzoli non ne hanno cavato nulla. Ma niente è accaduto. Non ci fosse stato un cross sbilenco di Pedro Pereira non avremmo riscontrato la presenza di Caprile tra i pali. La squadra di Nesta si è abbassata col passare del tempo, come fosse naturale, poi è rimasto alla mercé degli azzurri, indifesa.
Il primo gol, o morso, è stato di Politano, il nuovo Callejon, Carnevale, Giaccherini. Il nuovo Politano, Re dei gregari. Autore ancora una volta di una prestazione sontuosa, uomo ovunque. Ha segnato chiudendo un triangolo con la difesa del Monza complice, poi l’ha messa sotto le gambe di Turati, con buona pace di Neres. Il brasiliano ha talento, ma a volte il talento non basta, chiedete a Kyrgios.
Il secondo gol è stato figlio del pressing, dell’ossessione del calcio moderno: la costruzione da dietro. Turati, invece di mandarla in orbita, ha regalata palla agli azzurri. Il Napoli ha registrato Kvara sul tabellino come al biliardo, due tocchi e sfera in buca. Tutto il resto non è stata noia, ma piacevole consapevolezza.
Il Napoli è sù e, a cavallo della scaramanzia, si può urlare che ci rimarrà.
