I rischi dei fondi di private equity: le nuove forme di proprietà di Milan e Atalanta non sono la cura

I rischi dei fondi di private equity: le nuove forme di proprietà di Milan e Atalanta non sono la cura

© “DE LAURENTIIS” – FOTO MOSCA

E se arrivasse un bel fondo di private equity e comprasse il Napoli, così come è successo al Milan e all’Atalanta?”, la domanda ricorrente che gli anti-papponisti si (e mi) pongono pur di liberarsi di Aurelio De Laurentiis, accusato, come se fosse un peccato, di voler guadagnare attraverso l’azienda Napoli.

Pur trattandosi di materia complessa, il presidente per un giorno la fa facile perché, come abbiamo già ripetuto più volte, la tasca non è sua e soprattutto perché non conosce i rischi e le conseguenze di questa nuova figura di proprietario di una società di calcio. Chiariamoli.

I fondi di Private Equity si caratterizzano per operazioni di investimento finanziario offerte a soggetti privati (ricchi investitori, banchieri, società di assicurazioni, fondi pensione) che valutano le opportunità aziendali presenti sul mercato ed individuate dai gestori dei fondi. In altri termini acquistano le quote societarie di aziende di cui vogliono aumentarne il valore in un lasso di tempo di circa cinque anni. Successivamente vivono una nuova fase definita di disinvestimento, che dura altri cinque anni in media, nella quale si valorizzano le aziende in portafoglio e si provvede alla loro cessione realizzando un guadagno (capital gain).

In pratica hanno un unico obiettivo: rivendere, guadagnandoci, in 10 anni. E quindi non assicurano una continuità gestionale, condizione fondamentale per gestire una azienda-calcio orientata alla stabilità dei successi. Per un fondo dì private equity l’ingresso in una azienda-calcio è un investimento rischioso.

E se dopo pochi anni non riesce a ricavarne i capitali desiderati, lascia il club coi conti in rosso e un posizionamento svilente nel mercato. Sono abituati a metabolizzare le perdite.

In secondo luogo il fondo di Private Equity vuole governare e gestire l’azienda. E quindi è interessato a monitorare quotidianamente e costantemente l’andamento della società attraverso report dettagliati, al fine di tenere sotto controllo l’andamento del proprio investimento.

Se ha la maggioranza delle quote nessun problema: gli altri, vedi i Percassi di turno, faranno le comparse anche se la stellina sulla giacca li colloca formalmente in una posizione di vertice .

Se invece si trova in una posizione di minoranza, il fondo di private equity si tutela, introducendo nello statuto apposite clausole di governance, dai rischi derivanti dalle decisioni di gestione ordinaria dell’impresa prese dal management in carica. In altri termini se il direttore sportivo vuole acquistare un calciatore il cui investimento altera l’equilibrio finanziario della società, il fondo si oppone proponendo un aumento di capitale che la vecchia proprietà non può sostenere. A quel punto il fondo immette i capitali necessari ed assume la maggioranza: stesso risultato (comandare e decidere) con un percorso diverso.

Un approccio meramente computistico e non sentimentale: l’acquisizione dell’Atalanta o del Milan va letta come un investimento che mira non al benessere di squadra e tifosi, ma alla crescita del club dal punto di vista finanziario e patrimoniale per renderla appetibile sul mercato nel momento della vendita.

Infine vi siete chiesti perché tanto interesse all’improvviso per il calcio italiano?

Non sono filantropi ma, come avvoltoi, i fondi di private equity sono attratti dalle carcasse dei morti. Investono in settori con grossi problemi finanziari, come lo è il calcio nel nostro paese, lo rigenerano perché possono ottenere credito a condizioni più vantaggiose, tagliano costi, sostengono i ricavi e poi, anche di fronte a risultati sportivi di rilievo, mirano a vendere a prezzi gonfiati, alimentando così la bolla speculativa sportiva, anziché curarla.

Io mi terrei Aurelio De Laurentiis. A Napoli si dice “nun lassà ‘a via vecchia p”a nova, ca saje chello ca lasse e nun saje chello ca truove!” (Non lasciare la via vecchia per la nuova, perchè conosci ciò che lasci e ignori ciò che trovi).

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