Oh, si, man! Uá, Jesus. Uno mette, uno toglie: il Napoli nel limbo

Il Napoli resta lì, nella condizione dell’inquietudine e dell’imperfetto che segna l’intera stagione azzurra.

Napoli CagliariFOTO MOSCA
Articolo di carloiacono25/02/2024

O-sih-men. Oh, no, man. Dall’uomo della provvidenza a quello della sciagura. Il Napoli riaccende le ceneri del sogno Champions per poi seppellirle per sempre (forse) al 95esimo confermando la teoria Allegriana discussa qualche anno or sono dallo studioso scettico Adani: il calcio è semplice e ruota tutto intorno ai giocatori, quelli bravi.

È successo l’inverosimile a Cagliari, manco fossimo stati al Cibali: clamoroso. In Sardegna è andato in scena un rebondissement che nemmeno Polanski. Nella terra ad orma di piede (Ichnusa, dal greco ichnos), come ai tempi di Reja (nel recupero), il Napoli ha dato un calcio alla sua stagione, gettando alle ortiche una vittoria che sembrava già messa nel porcellino di terracotta, quello che da qui in avanti avrebbe dovuto racimolare i punti utili a pagarsi la Champions.

L’aveva guadagnato Osimhen il gettone, di testa. Almeno due le occasioni per blindarlo. Poi ci ha pensato a Juan Jesus a dilapidare tutto. Il brasiliano a guardiania del risultato si è addormentato facendosi entrare Luvumbo in casa. Era il 95esimo, lancio extra-lungo dalla difesa rossoblù, l’angolano ha avuto il tempo di apparecchiarsi il pareggio e l’ha servito, su un piatto di argento, anzi no con un cicchetto di assenzio, che è dura mandare giù.

La matematica dice che è ancora possibile, ma pensare ancora alla Champions, oggi, è follia. L’ultimo obiettivo della stagione – che non può di certo essere l’accesso all’Europa delle piccole (EL o Conference che sia) – restano i quarti da scippare al Barcellona. Per il resto serve unobravo.com (non è una pubblicità!) per capire cosa sia successo in questi sette mesi, e soprattutto serviva un difensore centrale come il pane, un centrocampista per accompagnare. Chi è causa del suo male pianga sé stesso, alla Filmauro c’è rischio inondazione.

Il Napoli ha rischiato veramente di vincerla a Cagliari, nonostante tutto. Aveva saputo soffrire, l’entusiasmo e la grinta dei padroni di casa. Anche non essendo in grado di manifestare mai la stessa voglia, aveva limitato i danni, conscio della propria miseria, finendo poi a specchiarcisi.
Aveva colpito con il suo giocatore migliore, l’unico capace di mantenere alto il livello delle proprie performance al mutare delle condizioni esterne, della tattica e della fortuna: sono questi i campioni che si possono definire tali. Si prospettava un’arrivo al cortomuso, ma Juan Jesus ci ha ricordato che oltre ai cavalli, abbiamo anche i somari: lettura maldestra, disastro.

Il problema non era Garcia, lo è stato Mazzarri cointestato, non lo è Calzona. I problemi vanno in campo.

Il vantaggio azzurro è arrivato nel secondo tempo, al 66esimo. In campo c’era ancora la formazione titolare scelta dal nuovo mister, dentro Mazzocchi a sostituire lo squalificato Di Lorenzo, Olivera di là, Zielinski in mezzo e Raspadori per Politano. È stato proprio Giacomino a tirare il Napoli dal nulla cosmico (produzione di gioco inesistente), ha rubato palla ad Augello e dalla destra l’ha messa in mezzo. Era un pallone troppo facile da mettere dentro, Osimhen non si è lasciato pregare. Gol. Due presenza dal suo rientro, due gol. Non c’è vita senza Victor, non c’è vita senza campioni.

Degne di nota le occasioni sprecate da Politano prima e da Simeone poi, sul vantaggio. L’aggressività del Cagliari, l’autogol di Rrhamani salvato dal fuorigioco di Lapadula. Poi purtroppo l’errore di Juan Jesus.

Un uomo ha messo, un uomo ha tolto. Tutto cambia, nulla cambia. Gattopardianamente il Napoli resta lì, nella condizione dell’inquietudine e dell’imperfetto che segna l’intera stagione azzurra. Il limbo che lo vede lontano dal Vecchio Continente.

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