Che barba, con questi allenatori ora geni ora pippe (e viceversa)
Roberto Beccantini affronta il tema del giudizio dato agli allenatori e di quanto questo sia mutevole nel tempo e in base ai risultati.

Ricapitolando: la scorsa stagione Simone Inzaghi passava per un mezzo pirla, poi ha vinto lo scudetto con l’Inter e adesso viene trattato e ossequiato come un mezzo genio. Stefano Pioli, viceversa, è stato retrocesso: da mezzo drago, per aver sfilato lo «scudo» ai cugini nel 2022, a mezza schiappa per non aver portato a casa nemmeno una coppetta.
Questi allenatori, ora geni ora pippe
Fresco di Napoli, Antonio Conte ha imposto la conferma di Khvicha Kvaratskhelia e Giovanni Di Lorenzo al di là delle peripezie europee, sinora non esattamente gloriose. Domanda: ma la bussola non è il «giuoco»? Nell’estate del 1987, quando il Milan di Silvio Berlusconi reclutò Arrigo Sacchi, Marco Van Basten era già della Fiorentina, bloccato dal direttore generale Claudio Nassi. Al momento del dunque, i Pontello si sfilarono. Il cigno di Utrecht tornò sul mercato. Curiosamente, invece di pescare nella cantera di famiglia, il Cavaliere andò dritto su di lui. Perché sì: il leader sarà pure la manovra, e gli strateghi saranno pure preferibili ai tattici ma, con tutto il rispetto, l’olandese faceva dormire più tranquilli. Specialmente sul lavoro.
E Lucianone Spalletti? La «grande bellezza» del suo Napoli lo ha costretto a vivere da sciamano, da mago, da salvatore, da rabdomante. Tutti Lazzari ai suoi piedi, di saliva pronta, in attesa di un banalissimo cenno pur di tornare, dopo la sventurata Spagna, a far camminare i nostri aggettivi, a far volare i nostri superlativi. Non che non meritasse – o non meriti – tappeti e zerbini, ma insomma. Servizievoli sì, servili no.
Il pericolo, in questi casi, è il fuoco amico. Le carabine, cioè, di coloro che, proprio per aver sparato i più arditi dei coriandoli, si sentono traditi e, di conseguenza, strepitano, scalpitano, friggono. Riandiamo alla vigilia di Italia-Spagna: ricordate qualcuno che avesse osato avanzare dubbi sulla formazione? Chi scrive, no. Ma forse era distratto.
Ormai l’allenatore – ovunque, da noi di più – è una squadra nella squadra, uno stato nello stato, un vangelo nel vangelo. Se, data l’impennata del clima, non esistono più le mezze stagioni, perché mai dovrebbero resistere le mezze misure? Il manicheismo impazza festoso e fastoso. Fa vendere, anche se non sempre comprendere. Ogni categoria cura il suo orticello, ci mancherebbe. Volano stipendi da «dieci» di una volta, come se il tecnico, dalla panca, potesse segnare e non, al massimo, indicare come fare. Il bazar open alimenta e moltiplica i desideri, non c’è sconfitta che non faccia scattare la volontà di lavorare duro sui vivai, di renderli competitivi, di aprirli al mondo, salvo scendere dal carro alla prima vittoriuzza riparatrice.
A 16 anni Lamine Yamal è titolare nel Barcellona e in Nazionale. Classe 2008, campione d’Europa under 17 e centravanti di ruolo, Francesco Camarda vanta appena due gettoni nel Milan; né all’orizzonte risulta un impiego più costante. A meno che il nuovo mister, Paulo Fonseca, non «impazzisca». All’estero hanno più coraggio, sono più visionari. Per carità, cosa ne sarà di Camarda dipende da Camarda. Se però non gli concediamo una striscia di partite e il diritto all’errore, quando mai potremo saperlo, quando mai potrà dimostrarlo?
Qua e là si agitano piccole eccezioni. Toni Kroos ha 34 anni, e non giocava in Nazionale da tre. Julian Nagelsmann lo ha richiamato e gli ha consegnato le chiavi della Germania. C’è un limite a tutto, a tutti: persino ai geni compresi o incompresi. E Nagelsmann, che passa per un Merlino bavarese, non è geloso: è goloso.
