La leggenda di San Siro nel libro di Colombo e Monti: cemento armato, cemento amato

Ne “L’angolo del Beck”, Roberto Beccantini racconta la leggenda di San Siro attraverso il libro di Colombo e Monti: non solo cemento armato, ma memoria, emozione e identità di uno stadio diventato anima del calcio.

san siro
Articolo di Roberto Beccantini13/04/2026
 La carta batte dove la memoria duole. Questa è la storia di «uno» di noi. Cemento armato, cemento amato. Questo è lo strepitoso libro sullo
stadio di Milano, Europa, venduto ma non vendutosi, che il 19 settembre celebrerà i 100 anni. Si intitola «Il secolo di San Siro in 100 date
(più una) da ricordare» (Meravigli edizioni). L’hanno scritto Claudio Colombo e Fabio Monti, giornalisti esploratori e non antiquari, anche se il gusto del passato è orma e non onta. Aiuta ad allenare la curiosità.
L’ho divorato in 24h38’22″ (per parafrasare Fabio). La prefazione di Aldo Serena, che ne fu inquilino e ospite, introduce il viaggio. Si
parte, naturalmente, dalla prima pietra e da colui che fortissimamente lo volle: l’industriale Piero Pirelli, presidente del Milan. Sognava
un’arena senza braccialetti (traduzione: senza pista d’atletica). Nuda e cruda. Per il football e basta. L’Inter giocava all’Arena: un inno a
Napoleone, ma troppo «parva» e non più «apta» alle esigenze. Così traslocò.
E’ un impianto che ha due nomi: San Siro, dal domicilio; Giuseppe Meazza, da colui al quale, nel 1980, venne dedicato. Gli autori ne
raccontano le stagioni attraverso gli eventi che ne hanno scandito la gioventù, la maturità e la vecchiaia: le partite; i concerti, da Bob
Marley a Vasco; i pugni di Duilio Loi, Sandro Mazzinghi e Nino Benvenuti; le «armate» cardinalizie e i blitz papali.
Sua maestà Diego Armando Maradona, a sbirciarne i confini e le garitte, con quel sinistro un po’ elmetto e un po’ fioretto; Sua
immensità Pelé, venuto a celebrare il mezzo secolo proprio là dove un ex giovanotto di Cusano, Giovanni Trapattoni detto Trap, lo aveva marcato con l’ossequio che si deve ai sovrani.
Discrete e calde, le luci di Roberto Vecchioni ne hanno illuminato la saga, a conferma che per gli avversari – soprattutto per loro – San Siro
rappresenta uno dei teatri più «cool» dai quali ricavare il tormento o l’estasi che, nascosti dietro un ciuffo d’erba malaticcio o sotto gli
anelli di un Saturno gigante e chiassoso, scortano e calibrano le carriere.
Investigatori scrupolosi e famelici, Claudio e Fabio riesumano e diffondono persino la musica, metaforica e non, spulciando tra le
partite e gli spartiti che l’hanno reso il più inglese dei «catini» italici. Con gli spettatori a picco, così fitti e partecipi da fondere
emozioni e traversoni. I fumi delle nebbie, il fumo delle sigarette, i giornali branditi a mo’ di spade, di torce. Entravi, e l’atmosfera ti
rapiva: timoroso che, invece di farti prigioniero, un fischio scocciatore ti «liberasse».
Tanta Inter e tanto Milan. Le finali di Champions. Di pomeriggio, il tacco di Roberto Bettega; di notte, la rimonta del Mago contro il
Liverpool e la «manita» del Diavolo agli orchi del Real. Le pagine sono petardi di cifre, coriandoli di rovesciate, stelle filanti di
protagonisti che hanno cercato di strappargli la scena: fossero i guerrieri più nobili (Sandro Mazzola, Gianni Rivera) o le comparse più
inattese (Giuseppe Minaudo). Sino alla cerimonia inaugurale dell’Olimpiade di Milano e Cortina. L’ultimo atto? Rispondo alla Nereo
Rocco: «Speremo de no».

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