Claudio Ranieri, dalle «fate» del Leicester all’orco di Trigoria: arrivederci Roma
Ne “L’angolo del Beck”, Roberto Beccantini racconta il divorzio tra Ranieri e la Roma, intrecciandolo al destino del Leicester: tra aziendalismo e visioni opposte, il calcio conferma che anche le favole più belle hanno un prezzo e una fine.

Chiamatelo come vi pare – destino, fatalità, coincidenza, resa dei conti – ma proprio nei giorni in cui il Leicester è scivolato in terza divisione, la Roma ha annunciato il divorzio da Claudio Ranieri. Che, convocato d’urgenza dalla famiglia Friedkin per salvare il salvabile – e ci riuscì, sfiorando addirittura la zona Champions – aveva rinunziato al ruolo di ct e suggerito il nome di Gian Piero Gasperini. Se Gabriele Gravina si era rifugiato nella corazza guerriera di Rino Gattuso, la ditta Claudio & Gasp sembrava inscalfibile. Lì per lì, prendemmo i sorrisi e le strette (di mano) del 6 giugno 2025 come uno scambio di anelli. Per un po’ fu così. Strada facendo, sempre meno. Sino all’arringa di Ranieri pre Roma-Pisa, alle «finte» armistiziali dell’Ego di Trigoria e all’inferno di cristallo che, evidentemente, covava sotto le ceneri (e non sopra i confetti).
Era il 2016, quando sir Claudio conduceva il Leicester delle zero Premier a un titolo così clamoroso e inatteso da giustificare l’oro, incenso e mirra dei Magi. Le «volpi» di Jamie Vardy, esule a Cremona. Poi il Cagliari, promosso in A e salvato dalla B, quindi la Roma. Con la
qualifica di «senior advisor» (mecojoni!). Fra i motivi della rottura, l’elemento scatenante sarebbe stato il viagra del mercato. Il testaccino
ha 74 anni; il torinese (di cintura: Grugliasco), 68. L’uno, aziendalista di spirito e per tradizione; l’altro, individualista, permaloso e tremendista. «Mettetevi d’accordo: volete una Roma Under 23 o la Champions?»: la domanda risale alle piaghe e ai cerotti del k.o. di
Udine. Rivolta ai giornalisti, mirava al cuore della società. E dell’ex compare di merende.
Il carro attrezzi di Donyell Malen non l’ha placato. Anzi. Spuntava, dal diario di Ranieri, un «Prima [di Gasperini] avevamo sondato altri
tre tecnici» che, temo, proprio il calumet della pace non fosse. Resta, netto e profondo, il confine tra i giovani e i maturi. La colonna sonora
dei nostri fiaschi azzurri.
I bilanci e il fair play finanziario dell’Uefa sono argomenti che il popolo sopporta a stento e gli allenatori supportano con un fastidio non
inferiore alle ossessioni. L’Olimpico perennemente «sold out» è la cornice – splendida, romantica – di un quadro appeso di traverso al muro
della storia. Ranieri è il placido Tevere di un calcio che non conosce né straripamenti né cascate. Gasperini, al contrario, ha un carattere e
un codice che l’hanno spinto a forgiare l’Atalanta più bella e più grande di ogni epoca. Al prezzo di spogliatoi spesso sull’orlo di una
crisi di nervi.
Agitata come la fionda di Davide, la dicotomia relativa all’età indispensabile per alimentare certe ambizioni continua a spaccare le
aule magne, le platee, i loggioni: fisici e virtuali. Di Dan Friedkin dicono: pensa più allo stadio nuovo che non a chi gioca in quello
«vecchio». Ha scelto Gasperini. Ha bocciato Ranieri. Gira l’utopia di Francesco Totti: a quale titolo, non si sa. La suggestione affianca il
mistero, il rischio. Se l’impresa del Leicester ha compiuto dieci anni, il 23 aprile la Vespa ne ha compiuti ottanta. In alto i calici, comunque
e dovunque.
