Luglio, col bene che ti voglio: fra Diego, Krol e l’Olanda totale
Il racconto di Roberto Beccantini nel rammentare i grandi campioni del passato, da Maradona e Krol, fino all'Olanda del calcio totale.

L’Olanda del calcio normale si accinge ad affrontare la Romania negli ottavi dell’Europeo (domani, ore 18, Football Arena di Monaco). Cinquant’anni fa, il 7 luglio 1974, un’altra Olanda, quella del calcio totale, contese alla Germania Ovest la Coppa del Mondo. Teatro dell’ordalia, lo stadio Olimpico di Monaco (sic). Arbitro, Jack Taylor, inglese di Wolverhampton. Macellaio di mestiere, e di famiglia.
Cosa successe è di dominio pubblico. Rigore subito per i batavi, gol di Johan Neeskens. Rigore poco dopo per i tedeschi, pareggio di Paul Breitner. Poi il rasoio di Gerd Muller. E così, campioni del Mondo si laurearono coloro che, all’epoca, chiamavamo panzer, pur essendo pilotati da un tipo elegante e influencer, testa alta e alluci da fashion week, Franz Beckenbauer detto Kaiser Franz.
L’albo d’oro non fa sconti: andate all’edizione del ‘74 e troverete scritto «West Germany». Ma la bacheca è molto, non tutto. E, in alcuni casi, nemmeno tutti. I vincitori non furono dimenticati, naturalmente. Mentre i vinti, clamorosamente, vengono ricordati ancora oggi, mezzo secolo dopo.
L’Olandesina di Ronald Koeman pratica una manovra ordinaria, figlia del periodo e delle mode che scoraggiano la fantasia e fiaccano l’estro. L’Olandesona di Rinus Michels sputava un football mai visto, i ruoli scavalcati e ripudiati; lo spazio aggredito e invaso; l’eclettismo di Johan Cruijff al centro della rivoluzione.
L’idea e il capo: il massimo. E tra i pali, Jan Jongbloed, un tabaccaio che portava l’8 sulla schiena e usava i piedi per spazzare l’area. Cresciuti a catenaccio e contropiede ne rimanemmo folgorati. Se la Germania, che le tre Coppe dei Campioni del Bayern avrebbero consegnato alle biblioteche, incarnava l’ordine costituito, l’Olanda, che le tre Coppe di Campioni dell’Ajax avevano innalzato a eresia, riassumeva e simbolizzava la nuova frontiera. Così diversa e, da noi italianuzzi, così lontana.
Terzino sinistro era un «certo» Ruud Krol. Di uno stile non troppo distante dalle sfilate di Beckenbauer. A Napoli ne serbano un eccellente ricordo. Accolto da Rino Marchesi, vi giocò dal 1980 al 1984.
Non più ai lati del fortino. Al centro. Battitore libero. Libero, cioè e però, di impostare, di ispirare. Moderno e già avanti nella testa, oltre che nei piedi. Lasciò proprio l’anno in cui il San Paolo avrebbe celebrato l’epifania e i palleggi di Diego Armando Maradona, 5 luglio 1984. Una giostra dalla quale non saremmo più scesi. Amici e nemici, credenti e creduloni.
Ci sarebbero stati il secondo posto al Mondiale argentino del ‘78 e, soprattutto, il primo dell’Europeo 1988, ancora in Germania e sempre a Monaco, strappato all’allora Unione Sovietica. A garantire la continuità provvide Michels, il ct.
Se il «totaalvoetbal» del ‘74 era rigorosamente bianco, l’impresa dell’88 fu meticcia, Marco Van Basten e Ruud Gullit, Arnold Muhren e Frank Rijkaard, i fratelli Koeman e Gerald Vanenburg. Un segno dei tempi.
Per tacere dell’ultima Olanda, finalista al Mondiale 2010, a Johannesburg, sconfitta dalla Spagna delle «sartine». Né calcio totale né calcio normale: se mai, come scrisse Marco Ansaldo su «La Stampa», calci totali.
Tanto (e tanti) menarono fino al rosso di John Heitinga e al gol di Andrés Iniesta, l’illusionista. Allenatore, il diversamente guru Bert Van Marwijk: nulla in comune con Michels ed Ernst Happel, manifesto e megafono della spedizione argentina.
Il conformismo fa parte della vita, non semplicemente dell’agonismo. Gli orange non assomigliano più ai «Provos» delle biciclette anti-sistema. Sembrano il corteo di un partito al governo. Senza quel tocco di romanticismo che ci fece prigionieri per scelta e non per pigrizia.
