La fine di Cristiano Ronaldo, e tutte quelle iene attorno alla sua «carcassa»
Il pensiero di Roberto Beccantini, sul triste epilogo di Cristiano Ronaldo, reduce da uno sfortunato campionato europeo col Portogallo.
PORTOGALLO NELLA FOTO: RONALDO FOTO MOSCACristiano Ronaldo è ormai un museo chiuso che apre solo per qualche rigore di passaggio. Come con la Slovenia. Come con la Francia. A 39 anni, eliminato dai quarti del sesto Europeo della carriera – record, naturalmente – assomiglia al ritratto di Dorian Gray, a quel cocciuto specchiarsi nella storia che lo assilla e lo invecchia.
Non che Kylian Mbappé, a 25, abbia fatto molto di più, ma aveva il naso rotto e una maschera da sub che gli impediva di respirare. Didier Deschamps lo ha addirittura sostituito, liberandolo dal tie-break del dischetto. E Bradley Barcola, classe 2002, ha trasformato il suo al posto suo.
Cristiano. Agli inglesi non sembra vero. Giù botte. C’è un vecchio detto che recita: «sul cadavere dei leoni festeggiano le iene. Ma i leoni restano leoni e le iene restano iene». Nel vederlo inciampare sulla palla, o requisire tutte le punizioni del mondo, salvo trasformarle in satelliti orbitanti, mi prendeva una violenta malinconia.
Chi scrive, è un «cristiano» da quando lo incontrò nel 2004, diciannovenne di belle speranze, ostaggio del catenaccione greco di Otto Rehhagel. Con e contro Leo Messi ha addobbato il primo ventennio del Duemila. Non si ricorda una rivalità così profonda, così feconda.
E così lunga. «Natura non facit saltus», ammonivano i latini. Il Marziano ci è balzato sopra e l’ha piegata ai muscoli delle sue sculture. Dopo essere stato a lungo la soluzione di tanti problemi, improvvisamente è diventato un problema: o, come ha chiosato «The Guardian», «una soluzione che crea problemi». Mai o quasi mai sostituito.
In barba all’età e al rendimento. Per carità, continua a fare paura e a convogliare su di sé fior di manganelli, ma non va via più a nessuno, se non alla sua ombra. Con Cierre non ci sono vie di mezzo. E’ stato lui a viziarci. E allora, non è stato Jan Oblak a rintuzzargli il penalty in Portogallo-Slovenia, è stato Cristiano a sbagliarlo.
Che alla «lotteria» si sia poi rifatto – subito e nei quarti con i bleu di Didier – non basta a garantirgli l’indulgenza plenaria. Né lui la invoca. Sbaraccare un museo non è facile, e nemmeno Roberto Martinez ci è riuscito. Ci vuole coraggio. Con la Georgia, partita che il primo posto del girone aveva reso una formalità, il ct rivoltò la formazione, letteralmente.
Fuori tutti. Non Cristiano, però: titolare fisso. Viceversa, sarebbe stata l’occasione ideale per provare un «piano B». Diogo Jota ha lasciato la Germania con le tasche vuote: eppure era stato proprio un suo blitz a procurare il penalty anti Slovenia. Stesso discorso, e minutaggio ancora più parco, per Gonçalo Ramos, centravanti del Paris Saint-Qatar: non certo una cima, ma non sapremo mai cosa sarebbe successo «se».
Pepe di anni ne ha fatti 41 ed è stato uno dei più duri, più sicuri. Stopper di ruolo, non è un’azienda: è – se mai – il bodyguard della multinazionale Ronaldo. Cristiano ha scelto il gol come unica unità di misura. Ripeto: unica.
Per giunta, ha giocato nella Juventus, la società più divisoria che ci sia. Non si è mai dato per vinto, e questo gli fa onore. Non ha mai accettato che si parlasse di erede, si è sempre rifiutato di patteggiare con le rughe, con l’incubo del ritiro, e questo non gli fa onore.
Cristiano è uno di quei giapponesi che combattono ancora una guerra finita da secoli. Nelle amichevoli sembrava il «solito» vampiro. Già. Nelle amichevoli. I momenti della verità le snobbano e non accettano compromessi.
E l’isteria che si nascondeva sotto l’obesità dei tabellini, venerata e invidiata, eccola esplodere e radere al suolo il testo e il contesto. Il cannibale diventa vegano; e gli episodi, carcerieri della sua dieta. L’esilio arabo non gli è bastato, non gli è servito. Grandissimo in tutto: persino negli eccessi. A costo di fare pena.
