Fiore, il dodicesimo di famiglia
Davide Morgera dedica un ricordo a Pasquale Fiore, scomparso una settimana fa, portiere di riserva ma presenza costante in un’epoca in cui il numero 12 era destino e appartenenza. Sempre un passo dietro al titolare, mai fuori dal cuore dei tifosi del Napoli, Fiore rappresentava quella familiarità silenziosa che trasformava la panchina in casa. Un oggetto smarrito solo per chi non sa dove cercare: nella memoria di chi c’era.

Terni 1973, Viareggio 1975, Napoli 1976 e Firenze 1980. Vi chiederete cosa hanno in comune queste città e questi anni. Ve lo spieghiamo nel dettaglio, venite con noi.
TERNI 1973, LA PRIMA VOLTA IN PANCHINA
Dopo la ‘scoppola’ di Roma contro la Lazio, lo 0 a 3 che portò alla ‘vendetta’ del ritorno con la quale il Napoli scucì uno scudetto già vinto dalle maglie dei capitolini, Carmignani accusò problemi in allenamento e si rese indisponibile per la successiva trasferta di Terni. Chiappella allertò subito Nardin, il secondo, eterno, portiere e gli comunicò che avrebbe giocato da titolare sul campo degli umbri. Il buon Aldo, un goriziano buono e tutto d’un pezzo, non stette nella pelle, quando mi ricapita un’occasione del genere, pensò. Squadra in panne, chi va a fare il secondo? L’unica soluzione era quella di attingere alla Primavera ed il portiere di quella squadra era Pasquale Fiore. Età anni 19, segni particolari alto, ben messo, coraggioso, forte ma un po’ acerbo. Non c’è altra soluzione. Al ‘Liberati’ di Terni si siede lui accanto ad Abbondanza, all’epoca la panchina aveva solo il secondo portiere ed un giocatore ‘jolly’. Al suo ingresso in campo Chiappella indossa un cappotto di cammello, sembra il ‘Petisso’, siamo al 28 gennaio 1973. Un vento forte caratterizza la partita che, a dispetto dello 0 a 0, qualche piccola emozione la dà, soprattutto dalle parti di Nardin. Il neo titolare, infatti, fa due grosse parate, si accartoccia sul pallone in modo felino e fornisce sicurezza al reparto difensivo che ripresenta il ‘vecio’ Panzanato a stopper. Mariani si fa ingenuamente buttare fuori dall’arbitro Mascali e costringe il Napoli a giocare in dieci per buona parte del secondo tempo. Alla fine il punto va bene a Chiappella il quale elogia Canè, schierato con un inedito ‘10’, per aver mostrato classe, amore per la maglia ed abnegazione. Fiore ‘assapora’ la prima squadra, fa lo spettatore in panchina ma che emozione!

VIAREGGIO 1975, LA VITTORIA DELLA COPPA CARNEVALE
Già aveva i baffi, Pasqualone, nella squadra Primavera che sbancò il torneo di Viareggio nel 1975. Uno dei ragazzi d’oro di mister Rosario Rivellino insieme a Saviano, Coco, Scarpitti, Iovino, Punziano, Parasmo, Zambon, Armidoro, Masiello e tanti altri di una ‘cantera’ che potenzialmente poteva esprimere i Vergara di una volta. Fiore è in vena di prodezze e diventa l’eroe della semifinale contro l’Ujpest, i temibili ungheresi. Zero a zero dopo novanta minuti ma gli azzurri avrebbero meritato qualcosa in più. Quando l’arbitro fischia la fine, è buio, non ci si vede più ma Menegali decide di far tirare ugualmente i rigori. Qualcuno ha dimenticato di accendere i riflettori, è questa la voce che gira. Dopo un centro per parte (Armidoro per gli azzurrini), è Iovino a sbagliare per primo. I magiari esultano ma non hanno fatto i conti con Fiore. Il giovane portiere para tre rigori consecutivi e porta il Napoli a giocare la finalissima dopo i gol di Punziano (che tirò due volte !) e Parasmo. Due giorni dopo, il 10 febbraio 1975, gli azzurri sfidano la Lazio per la conquista della XXVII Coppa Carnevale. I biancazzurri schierano giocatori del calibro di Giordano, Apuzzo, Di Chiara, Amato e Manfredonia ma il Napoli, sotto la sapiente guida del posillipino Rivellino, non è da meno anche se ha la battaglia con gli ungheresi nelle gambe. Segna Apuzzo in fuorigioco e Michelotti convalida. Punziano lo aggredisce verbalmente e si becca solo un giallo. Graziato. Dopo l’intervallo il Napoli decide di vincere e torna in campo col sacro furore, assedia la Lazio, i romani sono alle corde e capitolano prima con una botta da trenta metri di Parasmo e poi con un capolavoro di Iovino, girata a volo dal limite a fil di palo. Alla fine aveva ragione Rivellino: la squadra più forte del torneo era la sua!

NAPOLI 1976, L’ESORDIO IN SERIE A
Tu chiamale se vuoi, emozioni. Cosa successe quella domenica di cinquanta anni fa tra Napoli e Bologna può avere solo questa e poche altre definizioni. Una girandola di colpi di scena, un vortice di adrenalina pura, un turbinio di sentimenti tra mutamenti nel risultato, una nostalgia a dir poco canaglia, un lutto da onorare, un record di gol in serie A raggiunto ed abbattuto, scene da delirio puro, un giovane portiere all’esordio. Un risultato perso, riagguantato ed acchiappato per i capelli, la vittoria sfiorata dopo un gol a pochi minuti dalla fine. Chi era al San Paolo quel giorno non ha potuto dimenticare l’ennesima invenzione di Giuseppe “Peppeniello” Massa, una tremenda botta di precisione dalla grande distanza, un missile aria-terra che darà il tanto agognato punto al Napoli. Una gara che non scorderà facilmente nemmeno Pasquale Fiore, portiere classe 1953, all’esordio dal primo minuto. Indisponibili sia Carmignani che Favaro, il suo secondo è Sorrentino, il papà dell’ex portiere di Torino, Chievo e Palermo. Sarà la sua prima ed unica presenza di quell’anno, dopo quella partita non giocherà più, accusato di aver mostrato poca personalità in occasione delle due reti bolognesi.
11 gennaio 1976. Il sole è velato, fa “cucù settè” tra le nuvole, la temperatura è mite, non particolarmente rigida. Il Napoli scende in campo con il lutto al braccio per la morte della madre di Luis Vinicio, ad onorarla circa 85000 spettatori, forse venuti anche per battere le mani a Sergio Clerici, alla sua prima da avversario a Napoli. Infatti “El Gringo”, chiamato dai tifosi al suo ingresso in campo, va a raccogliere un mazzo di fiori sotto la curva e capisce, dalla notevole accoglienza ricevuta, che ha lasciato un ottimo ricordo. Ma su questo pochi avevano dubbi, si era a gennaio e si discuteva ancora se era meglio il Napoli con la coppia Clerici-Savoldi o quella formata da “Mister due miliardi” e Braglia. I rossoblu presentano due ex di lusso in campo, Rampanti e Clerici, ed uno seduto in panchina, “Petisso” Pesaola che guarda il San Paolo, gli batte il ‘corazon’ e pensa che quello è il suo stadio di sempre. Ci ritornerà, infatti, l’anno dopo, sostituendo proprio il suo amico Vinicio.
Squadra spregiudicata fin dalla lettura delle formazioni. I terzini sono Orlandini e La Palma, lo stopper il rosso ed acerbo Punziano che, ad ogni scatto di Chiodi, viene richiamato dall’esperto Burgnich quando la sgusciante punta felsinea si invola verso rete. Infatti, dopo 15 secondi di gioco, Chiodi, approfittando di un malinteso difensivo, buca Fiore e porta in vantaggio i rossoblu. Esordio più traumatico non ci poteva essere per il portiere in maglia verde e curiosamente senza i suoi proverbiali baffoni. Il Napoli ha una reazione furiosa e dopo pochi minuti pareggia con Braglia, anch’egli in modo fortunoso. Ma è ancora Chiodi che sorprende la retroguardia partenopea nel primo tempo provocando lo sconforto della coppia Punziano-Fiore. Da qui in avanti, per gli azzurri, sarà sofferenza pura, un rincorrere i felsinei cercando di sfondare da ogni parte. Il Napoli, senza essere fachiro, sembra essere sui….Chiodi, avanza ma non punge. Quando la gara sembrava ormai persa e Braglia aveva clamorosamente colpito una traversa da due passi, Massa ti inventa un gol da cineteca a 4 minuti dalla fine. Festante ed ebbro di gioia, corre verso la curva, si inginocchia alla Jairzinho e bacia la pista di atletica in segno di ringraziamento verso il Dio del pallone. Amor sacro ed amor profano a braccetto, pubblico in delirio. Fiore non ebbe critiche lusinghiere in quella partita per ovvie ragioni (le due reti bolognesi furono solo colpa sua?) ma, anche se emozionato, cercò di fare del suo meglio. Dovettero passare tre anni, nel pareggio casalingo per 0 a 0 con l’Inter dell’11 marzo 1979, per rivederlo in campo con una maglia da titolare. Fu l’altra sua ‘prima volta’. Poi farà il subentrante eterno di Castellini.

FIRENZE 1980, L’ULTIMA COL NAPOLI
E’ il 28 dicembre 1980, il Napoli di Juliano, dirigente baluardo contro il malcontento dei tifosi, e del fuoriclasse Krol, fa visita alla Fiorentina. Il girone d’andata non è ancora finito ma già si pensa alla lunga sosta che aspetta la Serie A. Infatti, dopo quella partita, il massimo campionato si ferma per poi riprendere solo tre settimane dopo. Si sono inventati il ‘Torneo di Capodanno’, durante lo svolgimento del ‘Mundialito’ in Uruguay, per non far stare le squadre ferme. Primo ed unico esperimento mai più ripetuto. Il Napoli lo gioca con Ascoli ed Avellino ma prende la manifestazione sotto gamba e viene eliminato schierando squadre molto rabberciate. Ma torniamo a Firenze. Gli azzurri che scendono in campo sono i titolari con l’unica eccezione di Marangon mediano per l’assenza di Vinazzani. Partita combattuta e giocata a viso aperto da entrambe le formazioni ma al ’25 del primo tempo il pata trac. Contratto, in un contrasto di gioco in area napoletana, dà una ginocchiata sul mento di Castellini il quale non riesce più a stare in campo. Lipotimia traumatica, dice il medico. Marchesi guarda Fiore, Fiore guarda Marchesi. Entra, giovanotto, entra. Ormai Pasquale non è più un pivello, ha 27 anni, anche se le sue presenze col Napoli si contano sulle dita di una mano. Ebbene Pasqualone-Pasqualino fa la sua bella figura e mette in fila una serie di parate notevoli prima e dopo la gioia del gol di Nino Musella che dà la vittoria esterna al Napoli. La sua pagella di quel giorno dice : “Inchioda sulla linea di porta un pallone perfido ed insidioso. Amministra con freddezza l’ordinaria amministrazione, si mostra felice nella scelta del piazzamento, non trasferisce la probabile e inevitabile angoscia sui compagni della difesa”. Nei due anni successivi, sebbene in rosa, sarà Ceriello ad ottenere due presenze totali alle spalle di ‘Giaguaro’ Castellini, prima dell’avvento di un altro eterno secondo, Raffaele Di Fusco.

