Ricordando Peppino Prisco, cuore e lingua dell’Inter
Il 12 dicembre 2001 moriva, all’improvviso, Giuseppe Prisco. Aveva 80 anni. Avvocato praticante e vicepresidente tifosissimo dell’Inter.

Il 12 dicembre 2001 moriva, all’improvviso, Giuseppe Prisco. Aveva 80 anni. Avvocato praticante, tifosissimo dell’Inter di cui sarebbe diventato consigliere, vice presidente e, a suo modo, stopper. Il fatto di essere “di” Milano non gli impediva di rivendicare le radici napoletane: anzi. Guido Vergani lo intervistò per il “Corriere della Sera” il 9 dicembre del 2001, poco prima che ci lasciasse: “Venni al mondo in corso Buenos Aires 66. Mia mamma era di via San Nicolao. Nata a Milano e battezzata in Sant’Ambrogio, ripeteva orgogliosa. Mio padre era di Torre Annunziata. Mia mamma sembrava dimenticarsene, perché parlava male dei meridionali e, se protestavo, ripeteva: nessuno direbbe che papà è un napoletano, dimenticando che suo padre, mio nonno, era di Catania“.
Ricordo come se fosse ieri l’ultima chiacchierata. Era il giorno del suo compleanno. Appena arrivato a Verona per un servizio, lo chiamai dal telefonino, ancora in auto, fresco di un parcheggio da zero a zero tra fischi e rischi (di multa). La voce era la solita: pastosa, in attesa di sfoderare, se le domande l’avessero provocata o ispirata, il graffio. Oppure, in caso contrario, lo sbadiglio. Chi sia stato Prisco, dalle avventure con l’Inter alle burrasche dei tribunali, è di dominio pubblico. Mi preme, semplicemente e affettuosamente, scrivere del Prisco che mi onorò di alcuni inviti al “Clubino” di Milano, dove convocava la sua pittoresca Camelot, e del tratto di strada che abbiamo compiuto assieme, prima che il destino ci dividesse.
Lui interista, e cugino di Michele Prisco, giornalista e romanziere; io juventino dai tempi di Omar Sivori. Moviole oscure e rapporti chiari. Come non ammirarlo dopo che, con una banalissima lattina – quella, famigerata, di Moenchengladbach – aveva trasformato l’acqua di un 1-7 nello champagne di uno 0-0 e palla al centro? Era un alpino astemio, aveva fatto la campagna di Russia, inverni così gelidi e così crudeli dai quali aveva imparato a sorridere di tutto, tranne di coloro che segnavano alla “sua” Inter.
E’ stato vicino ad Angelo Moratti e poi al figlio Massimo, prodigo di dritte e di rovesci, un dirigente che nessuna società è riuscita a reclutare o imitare. Aveva il gusto della battuta fulminante. Coltivava l’attimo come un giardino: sicuro che, persino dall’aiuola più brulla, sarebbe sbocciato un aforisma. Ci si sentiva abbastanza spesso, e sempre alla vigilia di Natale per gli auguri di rito. La procedura era più o meno questa. Telefonata (mia) all’ufficio (suo). Risposta della segretaria. Richiesta di poter parlare con l’avvocato, se non era preso. Un attimo che vedo. Poi, finto-placido, il suo “Salve”; e il sottoscritto, al volo: auguri, avvocato. E lui: “Auguri anche a lei, e ai suoi cari. Tutti, tranne undici“. Pausa. “In via eccezionale, date le circostanze e il clima di festa, anche a loro”.
Le curve degli stadi gli dedicarono striscioni ammiccanti e nostalgici. Perché, al di là del tifo, non gli si poteva non voler bene. Wikipedia offre un bouquet delle sue freddure. “Lo 0-6 nel derby? Non me lo ricordo, e poi i giornalisti ne inventano sempre tante…”. “I festini a luci rosse dei giocatori dell’Inter? Non ne so niente. Quando escono, non mi chiamano mai. E comunque, meglio un festino a luci rosse che a luci rossonere”. E ce n’è proprio uno in chiave partenopea: “L’interista più simpatico? Giacinto Facchetti. Fece un gol al Napoli in mezzo alla nebbia e venne a cercarmi a bordo campo per abbracciarmi. Ci mise tre minuti per trovarmi”. Ma lo trovò.
Lo immagino lassù, fra le nuvole, seduto con gli Agnelli attorno a un tavolo. Né della pace né della guerra.
