Napoli, città senza derby: e allora ve li racconto…

In una città come Napoli ove non si celebra il derby, andiamo a leggere il racconto di Robberto Beccantini sulla grande rivalità fra Torino e Juventus

TorinoFoto Mosca
Articolo di Roberto Beccantini08/04/2024

Mi ritorni in mente, derby come sei. Napoli non li ha mai frequentati. Sabato 13 aprile, ore 18: Torino-Juventus. Fuoco alle polveri. Uno dei primi che vidi, al vecchio Comunale, finì 3-3. Era il 21 marzo 1971, ero appena sbarcato a Torino, assunto da «Tuttosport». Ci furono due rigori, naturalmente. Ma per il Toro. Li trasformò, entrambi, Angelo Cereser detto «Trincea», 80 anni di baionette. Tornato in redazione, che allora si trovava in via Villar, dalle parti della stazione Dora, chiesi lumi a Gian Paolo Ormezzano («Quando m’innamoro, penso sempre al Toro»). Mi fissò, non fece una piega: «Gobbacci, il solito c.: se ce ne hanno dati due, vuol dire che ce n’erano almeno quattro». Ne presi atto e chiesi il risultato della Virtus basket.

Ma sì, reperti di un secolo fa, pezzi di un antiquariato che rende patetici i collezionisti e insofferenti gli avventori. Rispettosi, però, di altri equilibri: se non proprio di altri valori. Per Zdenek Zeman, il derby è una partita come le altre. Giampiero Boniperti, viceversa, l’avrebbe abolito. Perché lo aveva giocato e temeva i chiodi seminati da capitan Valentino. Quel pomeriggio del 27 marzo 1983 lasciò lo stadio sul 2-0 (Paolorossi, Platini) e venne travolto, via radio, da tre sberle in tre minuti (Dossena, Bonesso, Torrisi). C’ero anch’io. Eugenio Bersellini sembrava Giulio Cesare: veni, vidi, tiè.

Negli anni Settanta, Torino era il pulpito del calcio italiano e il derby il suo manifesto. Era l’epoca, e l’epos, dei gemelli del gol, Ciccio Graziani e Paolino Pulici, del poeta Claudio Sala, di Gigi Radice allenatore avanguardista. E, ça va sans dire, erano le stagioni del Trap, di baron Causio e di Furiafurinfuretto (ah, grande Camin), di Bobbygol e Bonimba, di Zoff, Gentile, Cabrini. E di Gaetano Scirea: un libero signore, un signor libero. Vinceva spesso, il Toro. Ogni volta che inquadrava la sagoma austera di Dino Zoff, Puliciclone (ah, sommo Brera) si trasfigurava.

Alla morte di Gigi Meroni il Toro stravinse per 4-0, tripletta di Nestor Combin. Avevo quasi diciassette anni e vivevo ancora a Bologna. La notizia mi raggiunse, via transistor, davanti alla chiesa di San Cristoforo: la mia parrocchia, il mio oratorio, dove servivo messa e mi servivano sul sinistro, i calzettoni giù, da piccolo Sivori, con la nonna Linda che mi urlava di non sudare.
Li cito in ordine sparso, come mi rimbalzano nella memoria. Impossibile dimenticare le corna di Enzo Maresca, gesto che suggellò un romanzesco 2-2 e una non meno burrascosa caccia al profanatore. E poi l’edizione del 1984, Toro avanti con Franco «spadino» Selvaggi, Juventus alla riscossa con Michel Platini, gran punizione e gran colpo di testa, da centravanti duro e puro, quale sapeva essere nelle circostanze più scabrose. Arrivò Re solo, partì Re Sole.

Un altro che incalza è il 3-3 del 14 ottobre 2001: da 3-0 (Del Piero, Tudor, Del Piero) a 0-3 (Lucarelli, Ferrante su rigore, Maspero). Ero in ufficio, vergin di servo encomio e di codardo oltraggio. La buca scavata sotto il dischetto da Ricky Maspero, il rigore di Marcelo Salas che ancora gira, satellite impazzito, sopra il cielo di Torino: sarebbe stato il delitto perfetto.

Ci vorrebbe un libro, per contenerli tutti. Chiudo con quello del 19 marzo 2000: Juventus-Torino 3-2. Siamo agli sgoccioli, Madama conduce tre e a uno, mischia in area, Pierluigi Collina fischia. Spinta di Zinedine Zidane a Fabio Tricarico, rigore per il Toro. Prego? Proprio così: di Zidane a Tricarico. E non di Tricarico a Zidane. Il colmo dei refusi corporei. Lo raccontai a Platini, sorrise: «Rigore di Zidane su Tricarico? Non ti credo, ma mi fido: splendida battuta. Posso rubartela?».

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